articolo di Claudia De Angelis

 

 

“Nell’adolescenza è essenziale che vi sia
qualcuno contro cui ribellarsi”
Donald W. Winnicott

 

L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti per tutti. Il corpo si trasforma, emergono nuove emozioni, cresce il desiderio di autonomia e prende forma una domanda fondamentale: “chi sono ?”
Quando l’adolescente presenta una disabilità intellettiva, questo percorso può diventare ancor più complesso, ma non per questo meno importante: anche questi ragazzi e queste ragazze, come è ovvio, vivono pienamente il bisogno di costruire la propria identità, di sentirsi riconosciuti dagli altri e di esplorare la propria dimensione affettiva e sessuale.
La sessualità, infatti, non riguarda soltanto il comportamento sessuale, ma comprende il rapporto con il proprio corpo, l’immagine di sé, le emozioni, il desiderio di vicinanza e la capacità di costruire relazioni significative. Ignorare o minimizzare questi aspetti rischia di ostacolare un percorso
evolutivo già delicato.
Durante l’adolescenza, il pensiero diviene progressivamente più complesso: si inizia a riflettere su se stessi, sui propri sentimenti e sul modo in cui si viene percepiti dagli altri. Nella disabilità intellettiva questo processo può incontrare maggiori difficoltà. Le trasformazioni corporee e affettive vengono percepite, ma non sempre comprese o integrate in modo chiaro.
Può nascere, così, una sensazione di distanza rispetto ai coetanei, accompagnata dal timore di non essere accettati o di non appartenere pienamente al gruppo. Quanto più l’adolescente percepisce
questa differenza, tanto maggiore può essere il rischio di isolamento, blocco evolutivo e riduzione della fiducia nelle proprie possibilità.
In questo percorso l’attività autoerotica rappresenta spesso un’esperienza fisiologica e rassicurante.
Attraverso l’esplorazione del proprio corpo, l’adolescente prende confidenza con nuove sensazioni, sviluppa una maggiore consapevolezza di sé e costruisce gradualmente un’immagine corporea più integrata.
Si tratta di una fase che può favorire la conoscenza di sé e preparare, nel tempo, alla possibilità di instaurare relazioni affettive più mature. Tuttavia, familiari ed educatori possono vivere con difficoltà questi comportamenti ed interpretarli, talvolta, come problematici anziché come espressione di un normale processo di crescita.
Uno degli aspetti più complessi riguarda il rapporto tra adolescente e le figure genitoriali. Spesso i genitori si trovano a confrontarsi con una situazione apparentemente contraddittoria: vedono il corpo che cresce e cambia, mentre alcune competenze cognitive e relazionali possono evolvere più lentamente.

Questa discrepanza può portare, anche inconsapevolmente, a mantenere l’adolescente in una posizione infantile, limitando gli spazi di autonomia e rendendo più difficile il naturale processo di
separazione e individuazione tipico dell’adolescenza.
Il bisogno di privacy, di momenti personali e di una maggior indipendenza non rappresenta il rifiuto
della famiglia, ma un passaggio necessario per la costruzione dell’identità adulta. Riconoscere questi bisogni significa sostenere il percorso di crescita, pur mantenendo un adeguato livello di protezione.
Quando l’adolescente non trova occasioni per sentirsi riconosciuto/a, ascoltato/a, valorizzato/a, può sviluppare sentimenti di impotenza, inefficacia e rinuncia. In alcuni casi si osservano comportamenti imitativi, ricerca passiva di approvazione, ritiro sociale o difficoltà nel costruire relazioni autentiche.
Alla base di queste manifestazioni vi è spesso una fragilità identitaria: l’adolescente fatica a percepirsi come persona competente, capace di avere desideri, progetti e un ruolo significativo all’interno del proprio contesto sociale.
Per questo motivo è fondamentale che gli adulti di riferimento non si concentrino esclusivamente sui limiti, ma aiutino l’adolescente a riconoscere anche le proprie risorse e potenzialità.
Il gruppo dei pari svolge una funzione fondamentale nello sviluppo dell’identità adolescenziale.
Attraverso il confronto coi coetanei, l’adolescente può sperimentare nuove modalità relazionali, scoprire aspetti di sé, sentirsi parte di una comunità e sviluppare un senso di appartenenza.
Per gli adolescenti con disabilità intellettiva, le attività di gruppo e gli interventi psicoeducativi rappresentano spesso contesti privilegiati nei quali poter esprimere emozioni, condividere esperienze e sentirsi compresi. Il confronto coi coetanei permette di ridurre il senso di diversità e di costruire un’immagine di sé più realistica e positiva.
Anche il lavoro psicologico, individuale e/o di gruppo, può offrire uno spazio protetto in cui dare significato alle trasformazioni in corso, favorendo la consapevolezza emotiva e relazionale.
Parlare di identità e sessualità nella disabilità intellettiva significa riconoscere bisogni che esistono e che meritano il giusto ascolto. L’obiettivo non è eliminare la difficoltà, ma creare condizioni affinché ogni adolescente possa sentirsi accolto/a nella propria unicità, sviluppare una maggior conoscenza di sé e costruire relazioni significative.
Accompagnare questi ragazzi e queste ragazze nel percorso verso l’età adulta richiede uno sguardo capace di vedere oltre la diagnosi: uno sguardo che riconosca la persona, i suoi desideri, le sue
emozioni e il suo diritto a crescere, cambiare e trovare il proprio posto nel mondo.

Bibliografia
Cahn R. (1998), L’adolescente e la psicoanalisi. Borla, Roma, 2000.Curti P.G, Guerra Lisi S., a cura
di, Il Senso del Non Senso. Persona e Handicap, Edizioni ETS, Pisa2004.Maltese A., Monniello G.
(1997), Transfert e controtransfert nel lavoro istituzionale con gli adolescenti. Richard e Piggle, 5, 1,
37-51.Monniello G. (2000), Appunti dal lavoro istituzionale con gli adolescenti. Psichiatria
dell’infanzia e dell’adolescenza, 67, 587-594.Kohut H.Narcisismo ed analisi del Sé Bollati
Boringhieri, Torino, 1976 Pfanner P., Marchesci M. (2005), Il Ritardo Mentale, Il Mulino, 2008

cibo e covid 19
articolo di Serena Marinelli

Un fenomeno in crescita

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19, i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono aumentati in modo esponenziale, in particolare tra preadolescenti,
adolescenti e giovani adulti.
L’isolamento, l’incertezza, la perdita delle routine e l’aumento dell’ansia hanno reso il rapporto con il corpo e con il cibo ancora più fragile.

Oltre il cibo: il significato del sintomo

Anoressia, bulimia e abbuffate non riguardano solo il cibo.
Spesso rappresentano un modo per esprimere emozioni difficili da raccontare: paura, senso di vuoto, bisogno di controllo o difficoltà nella crescita.
Secondo l’approccio sistemico-familiare, il sintomo non appartiene soltanto alla persona, ma si sviluppa all’interno delle relazioni e della storia familiare.

Adolescenza e cambiamenti

Molti disturbi alimentari compaiono durante l’adolescenza, una fase delicata del ciclo di vita.
Crescere significa cambiare corpo, ridefinire la propria identità e separarsi gradualmente dall’infanzia e dalle proprie figure di riferimento.
Per alcuni ragazzi il controllo del cibo diventa un tentativo di fermare il cambiamento o gestire emozioni percepite come troppo intense.
Pertanto, il disturbo può quindi assumere diverse funzioni inconsapevoli:
– esprimere una sofferenza non detta;
– mantenere un equilibrio familiare fragile;
– evitare conflitti;
– attirare attenzione su un disagio;
– bloccare passaggi evolutivi percepiti come troppo difficili.

In questa prospettiva la persona non viene identificata con il sintomo: il disturbo è un messaggio da comprendere, non un’etichetta.

Il tempo sospeso

Alcuni autori sistemici descrivono questi disturbi come una forma di “tempo sospeso”.
La persona può sentirsi bloccata tra il desiderio di autonomia e il bisogno di protezione.
Il sintomo alimentare crea un equilibrio fragile: dà l’illusione del controllo ma, allo stesso tempo, limita la libertà personale e relazionale.

Il tema della perdita

Nei disturbi alimentari è spesso presente il tema della perdita.
Lutti, separazioni, cambiamenti familiari o anche il semplice passaggio dall’infanzia all’età adulta possono essere vissuti con grande sofferenza.
A volte il controllo del corpo e dell’alimentazione diventa un modo per gestire il dolore, riempire un vuoto o evitare emozioni difficili.

La famiglia come risorsa

L’approccio sistemico-familiare non cerca colpevoli.
La famiglia non è vista come “causa” del disturbo, ma come parte importante della storia e anche della cura.
Attraverso la psicoterapia è possibile comprendere il significato del sintomo, migliorare la comunicazione emotiva e costruire nuovi equilibri più sani.
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione parlano di relazioni, crescita, identità e sofferenza emotiva.
Dietro il sintomo non c’è soltanto un problema con il cibo, ma una persona che cerca, spesso silenziosamente, un modo per esprimere il proprio dolore.

Bibliografia
Onnis L., (2004). Il tempo sospeso. Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società.
Minuchin S., Rosman B.L., Baker L. (1980). Famiglie psicosomatiche. L'anoressia mentale
nel contesto familiare.
Selvini Palazzoli M. (2005). L’anoressia mentale. Dalla terapia individuale alla terapia
familiare.
di Benino Argentieri

Recensione del docufilm “Nonostante le cicatrici”

Lunedì 13 aprile 2026 si è tenuta presso il cinema Nuovo Sacher a Roma la proiezione del docufilm “Despite the scars” (trad. “Nonostante le cicatrici”).
Quest’opera segue Thea, una giovane ballerina che vive a Berlino, nel lungo e complesso cammino che prende le mosse da un evento terribile: l’aver subìto una violenza sessuale di gruppo tornando a casa una sera. Nell’avvicendarsi delle scene, vediamo Thea percorrere in tempo reale stanze di casa, corsie di ospedali, aule di tribunale e aule di danza. Le siamo accanto nei momenti duri, fatti di flashback e spaesamento, tanto quanto nei momenti di luce, in cui risplende durante le sue lezioni di danza.
Il sapiente montaggio alterna proprio momenti piacevoli e momenti spiacevoli, che ricalcano l’oscillare continuo tra il “qui ed ora” e i flashback a seguito di un’esperienza dal potenziale
traumatizzante. Una scena mi ha colpito particolarmente: Thea invita una sua allieva a muovere il proprio corpo per spostare il baricentro e vivere l’esperienza del lasciarsi cadere, per poi riprendere l’equilibrio.

Cadere equivale ad una radicale perdita di controllo: emerge spontaneamente l’angoscia del vuoto, si mette a nudo la vulnerabilità, ci investe la paura del dolore dell’impatto.
Invece il lasciarsi cadere, quindi decisione calcolata e consapevole, espone a questo vissuto spiacevole ma tentando di farne un’esperienza con un significato assai diverso. Per Thea, come per chiunque abbia attraversato un evento traumatizzante, i rischi sono quindi non fisici (non si arriva mai a cadere davvero) ma emozionali e psicologici: rivivere emozioni e persino sensazioni legate all’evento (incluso il tempo in ospedale o le udienze in tribunale).
Il permettersi di lasciarsi cadere in quei territori emozionali necessita di fiducia: fiducia verso sé stessi, nelle proprie capacità, risorse e possibilità di resilienza e ripresa; fiducia verso qualcun altro significativo e la sua presenza di sostegno; o anche una combinazione delle due. Effettivamente queste parole sembrano descrivere la psicoterapia, con il suo tornare in
luoghi di sofferenza nella fiducia della relazione terapeutica con lo specialista. Questo film prende le mosse proprio dalla fiducia di Thea in sé stessa, nello psicoterapeuta
e in un piccolo e prezioso gruppo di persone: Felix Rier, suo amico di vecchia data e regista dell’opera al quale Thea ha raccontato l’accaduto, il compagno Thiago e la cagnolina
Mandinga. In realtà c’è un’altra persona importantissima ma non ne svelerò qui l’identità né il significato simbolico con il quale arriva.
Tutto, dalle scelte registiche a quelle in sala di montaggio, dal comparto audio all’utilizzo di video fatti da Thea direttamente con il proprio smartphone, questo docufilm arriva come un
racconto delicato perché intimo, anche nel tatto e nel rispetto mostrato da tutte le persone coinvolte. Allo stesso tempo è un racconto potente e la potenza sta nella scelta di Thea di lasciarsi cadere, volta dopo volta, per capire come riprendere l’equilibrio e recuperare la sua saldezza, il più possibile.
E la potenza sta in un altro deliberato atto di Thea: scegliere di condividere le sue ferite, le sue cure, le sue cicatrici. Condivisione come modalità di attraversare il dolore, l’unico modo
possibile per renderlo qualcosa altro dalla natura violenta dell’atto. Condivisione come regalo prezioso per noi spettatori, che in questo film siamo invitati a seguire tutto, in punta di piedi,fino ad arrivare assieme a Thea a sentire nel corpo e nell’emozione la concreta speranza con la quale ha ricostruito.

Thea è fondatrice di Resildance, progetto che mira a sviluppare la resilienza ed elaborare esperienze difficili tramite il movimento.

 

 

“Despite the scars” è vincitore del Biografilm 2025 e nella stessa edizione ha ricevuto una menzione speciale Hera “Nuovi Talenti”.
www.despitethescars.com

articolo di Emiliano Noschese

Quando qualcosa cambia nel modo in cui vivi la realtà
“È come se fossi qui… ma non davvero.”

Chi prova a descrivere questa esperienza fatica a trovare le parole giuste e spesso ricorre a
immagini simili tra loro: una sensazione di distanza, di ovattamento, come se tra sé e il mondo si
fosse inserito un filtro. Le persone, i luoghi, le situazioni restano riconoscibili e comprensibili, ma
cambia qualcosa di più sottile, più difficile da definire, che riguarda il modo in cui si è dentro a ciò
che si sta vivendo. Non è tanto la realtà a modificarsi, quanto il senso di presenza all’interno della
realtà stessa.
In ambito clinico queste esperienze vengono definite derealizzazione e depersonalizzazione e
rientrano nei fenomeni dissociativi. Si tratta di stati in cui il rapporto immediato con l’esperienza
viene parzialmente alterato, senza che venga meno l’orientamento o la capacità di distinguere ciò
che è reale da ciò che non lo è. Questo aspetto è fondamentale, perché uno degli elementi che più
spaventa chi le vive è proprio il timore di stare perdendo il contatto con la realtà o di andare
incontro a una forma di disorganizzazione mentale, quando in realtà la capacità di giudizio rimane
intatta. Un elemento spesso trascurato è che queste esperienze, almeno in forma transitoria, sono
relativamente comuni. Molte persone riferiscono di aver vissuto, in momenti di particolare
stanchezza o stress, brevi episodi in cui il mondo appare distante o meno vivido. Diventano un
problema quando si ripetono con frequenza, quando si intensificano, oppure quando vengono
interpretate come segnali di qualcosa di grave, generando un livello di allarme che finisce per
amplificarle.
Se si prova a osservare come questa esperienza si manifesta nella quotidianità, emerge con
chiarezza quanto sia legata più alla qualità dell’esperienza che al suo contenuto. Un esempio
abbastanza comune è quello di un ragazzo che si trova all’università, seduto con alcuni colleghi,
mentre parla di un esame. La conversazione procede normalmente, le informazioni vengono
comprese, ma a un certo punto qualcosa cambia. Le voci iniziano a sembrare più lontane, il
coinvolgimento si riduce, e ciò che fino a poco prima era vissuto dall’interno comincia a essere
percepito come osservato da una certa distanza. La persona si accorge di essere lì, non perde il
filo della situazione, ma fatica a sentirsi pienamente dentro a ciò che sta accadendo. Spesso
segue un tentativo di rientrare, di concentrarsi di più, di verificare che tutto sia “normale”, ma
questo sforzo tende ad aumentare la sensazione di estraneità, almeno nel breve termine.
Per comprendere questo tipo di fenomeno è utile spostarsi da una lettura puramente cognitiva a
una prospettiva più ampia, che tenga conto del funzionamento dell’organismo nel suo insieme. In
letteratura è ben documentato come la dissociazione rappresenti una modalità con cui l’organismo
affronta condizioni di stress elevato o prolungato, soprattutto quando queste non possono essere
scaricate attraverso l’azione. Quando il livello di attivazione interna – ciò che in ambito
neurofisiologico viene definito arousal – supera una certa soglia, l’organismo è chiamato a trovare
un modo per regolare l’intensità dell’esperienza.


Non sempre questo avviene attraverso modalità evidenti. Accanto alle risposte più conosciute,
come l’attacco o la fuga, esistono modalità più silenziose, meno visibili dall’esterno, che implicano
una riduzione del coinvolgimento diretto.
Alcuni modelli, anche di tipo evoluzionistico, mettono in relazione questi stati con le cosiddette
risposte di freeze, cioè forme di immobilità o di distacco che si attivano quando né l’azione né
l’evitamento risultano possibili o efficaci. In queste condizioni, ridurre il contatto con l’esperienza

può rappresentare una soluzione funzionale, perché permette di abbassare l’impatto soggettivo di
ciò che si sta vivendo.
All’interno di questa cornice, derealizzazione e depersonalizzazione possono essere lette come
modalità attraverso cui l’organismo modula il proprio livello di presenza. Non si tratta quindi di un
fenomeno casuale o privo di senso, ma di una risposta che ha una logica, anche se può risultare
destabilizzante quando emerge al di fuori di contesti estremi o quando si prolunga nel tempo.
Un altro aspetto centrale riguarda il modo in cui queste esperienze vengono interpretate. Nella
maggior parte dei casi, ciò che le rende particolarmente difficili da gestire non è solo la sensazione
in sé, ma il significato che le viene attribuito. Quando la persona non ha strumenti per
comprendere ciò che sta accadendo, è facile che la derealizzazione venga letta come un segnale
di pericolo imminente, attivando pensieri come “sto perdendo il controllo” o “mi sta succedendo
qualcosa di grave”. Questo tipo di lettura aumenta ulteriormente l’attivazione interna e favorisce
l’instaurarsi di un circolo in cui la sensazione e la paura si alimentano reciprocamente.
Si attiva così una forma di monitoraggio continuo del proprio stato interno: ci si osserva, si controlla
la qualità della percezione, si cercano conferme del fatto di essere “tornati normali”. Questo
atteggiamento, comprensibile sul piano soggettivo, mantiene però l’organismo in una condizione di
vigilanza che rende più difficile il ritorno a uno stato di presenza più stabile.
Il lavoro terapeutico, in questi casi, si sviluppa generalmente su due livelli complementari. Da una
parte è necessario intervenire sulla regolazione dell’attivazione, aiutando l’organismo a rientrare in
una condizione più tollerabile attraverso il recupero del contatto con il corpo, il respiro e l’ambiente.
Dall’altra è fondamentale lavorare sul significato attribuito all’esperienza, perché è proprio questo a
determinare in larga parte il modo in cui viene vissuta e mantenuta nel tempo.
Quando la derealizzazione viene progressivamente compresa come una variazione temporanea
dello stato di presenza, e non come un segnale di disorganizzazione o perdita di controllo, cambia
il modo in cui la persona si pone nei suoi confronti. La sensazione può continuare a comparire, ma
perde progressivamente il suo carattere minaccioso, e questo rende possibile attraversarla con
una maggiore stabilità.
In questo senso, più che essere eliminata direttamente, la derealizzazione tende a ridursi come
effetto di un cambiamento più ampio nel modo in cui l’organismo regola l’attivazione e nel modo in
cui la persona interpreta la propria esperienza interna.

Bibliografia
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders
(5th ed.). Washington, DC.
Lanius, R. A., Paulsen, S. L., & Corrigan, F. M. (2014). Neurobiology and Treatment of Traumatic
Dissociation: Toward an Embodied Self. New York: Springer.
Spiegel, D., Loewenstein, R. J., Lewis-Fernández, R., Sar, V., Simeon, D., Vermetten, E., Cardeña,
E., & Dell, P. F. (2011). Dissociative disorders in DSM-5. Depression and Anxiety, 28(9), 824–852.
Van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of
Trauma. New York: Viking.

Sono psicologo e psicoterapeuta a orientamento umanistico bioenergetico. Mi sono laureato in
Psicologia nel 2012 e mi sono specializzato in psicoterapia presso la scuola Psicoumanitas nel

2019. Sono iscritto all’Ordine degli Psicologi del Lazio dal 16/03/2015, n. 21301. Nel mio percorso
professionale mi sono formato anche nelle tecniche di rilassamento e nel training autogeno, e ho
maturato esperienza come tutor DSA.
Nel mio modo di intendere la terapia, la persona non può essere letta solo attraverso i pensieri o
solo attraverso i sintomi. Ognuno di noi vive, sente e reagisce come un’unità in cui mente, corpo,
emozioni e storia personale si intrecciano continuamente. Per questo motivo considero importante
aiutare la persona non solo a capire ciò che le accade, ma anche a riconoscere come quel vissuto
si esprima concretamente nel corpo, nelle tensioni, nell’ansia, nei blocchi, nella fatica a sentirsi
presenti a sé stessi o nelle relazioni.
Spesso il disagio non nasce soltanto da ciò che si pensa, ma anche da ciò che per molto tempo
non si è riusciti a sentire, a nominare o a esprimere. In questo senso la terapia può diventare uno
spazio in cui fermarsi, ascoltarsi più a fondo e ritrovare un contatto più autentico con sé. Un
contatto che nel tempo, per ragioni diverse, può essersi irrigidito, confuso o indebolito.
Nei percorsi che seguo, il dialogo ha un ruolo centrale, ma quando serve integro anche strumenti
che aiutano la persona a ritrovare ascolto e regolazione attraverso il corpo, come il respiro, il
rilassamento e altre tecniche che favoriscono una maggiore consapevolezza di sé. L’obiettivo, per
me, non è semplicemente ridurre un sintomo, ma aiutare la persona a comprendere meglio il
proprio funzionamento, ad attraversare con più chiarezza le proprie difficoltà e a costruire un modo
di stare al mondo più libero, stabile e vitale.

 

articoli di Emiliano Noschese

Mi sento fuori dalla realtà: Derealizzazione, dissociazione e senso di estraneità

psicologi in ascolto

articolo di Barbara Cenciotti

 

Il fenomeno dello stalking, o Sindrome delle Molestie Assillanti, è oggi un fenomeno che risulta drammaticamente attuale. Esso si concretizza in una serie di comportamenti ripetuti di controllo, sorveglianza e di ricerca costante e intrusiva di contatto da parte di un individuo nei confronti di un altro, contro la sua volontà.

Rappresenta quindi una vera e propria forma di violenza psicologica, in cui lo stalker non riesce a tollerare la frustrazione e la sofferenza relativa al rifiuto, all’abbandono, o al disinteresse da parte dell’altro, e mette in atto una serie di condotte patologiche per costringerlo vicino a sé.

Il termine stalking ha origine dal verbo “to stalk”, che significa letteralmente “pedinare, perseguitare”, e viene mutuato dal gergo tipico dei cacciatori, dove per “stalker” si intendono i cacciatori, che inseguono furtivamente le loro prede.

Il termine venne utilizzato per la prima volta negli anni ’90 negli Stati Uniti dai mass media per indicare le condotte persecutorie rivolte alle celebrità e a vips, per poi venire molto velocemente accolto nel linguaggio parlato, e generalizzato ad indicare tutti quei comportamenti ripetuti intrusivi di controllo e sorveglianza, pedinamento, ricerca di contatto, molestia e attenzioni indesiderate in tutte le sue varie forme, divenendo così un termine volto ad indicare una categoria di persone e comportamenti.

Nella società attuale si assiste sempre più frequentemente a quello che viene chiamato cyberstalking, ossia quel fenomeno che indica molestie e intrusioni continue tipiche dello stalking ma realizzate in internet, in particolar modo sui social network, o in piattaforme dove solitamente le persone comunicano tra loro, si “incontrano”, conversano. Questo tipo di molestia, si concretizza con invio continuo e ossessivo di messaggi, invio di messaggi o video compromettenti per la persona che li riceve, tutti comportamenti che possono avere conseguenze psicologiche profonde e porre l’individuo in uno stato di ansia e di allerta, condizione per la quale il cyberstalking è ugualmente penalmente punito.

Lo stalking viene criminalizzato per la prima volta in Italia solo e soltanto a partire dal 2009, adottando la terminologia di reato di “atti persecutori” (decreto legge del 23 Febbraio 2009, tradotto nella legge n. 38 il 23 Aprile 2009, che stato la base per l’inserimento nel codice penale come Articolo 612 bis).

L’articolo 612 bis sancisce che la condotta può essere messa in atto da chiunque, e che dunque si tratta di un reato comune, il cui il soggetto attivo può essere un qualsiasi individuo dotato di capacità penale. Per la legge, le condotte persecutorie devono provocare un perdurante e grave stato di ansia o di paura e la persona deve provare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, per cui il giudice deve accertarsi che le condotte persecutorie siano tali da generare, nella persona offesa, tali sentimenti di paura e apprensione, e che tali sentimenti siano direttamente riconducibili alle condotte incriminate.

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Prima di intraprendere una vera e propria azione legale, la persona vittima di atti persecutori può rivolgersi alle autorità, con conseguente possibilità da parte delle autorità competenti di ammonire e dissuadere la persona che agisce le molestie, dando modo al molestatore di poter prendere consapevolezza dell’impatto dei propri agiti, e interromperli.

 

All’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V)  lo stalking non è classificato come un disturbo mentale, tanto è che in psicologia si parla di “sindrome” delle molestie assillanti e non di “disturbo”, ma è spesso associato a  discontrollo degli impulsi, disturbi di personalità, disturbo ossessivo-compulsivo, altre condizioni di salute mentale e difficoltà nella gestione delle relazioni interpersonali.

Proprio in riferimento alle relazioni interpersonali un autore particolarmente famoso in psicologia, Jhon Bowlby, parla di Teoria dell’Attaccamento definendo la relazione di attaccamento come una relazione precoce costruita dal bambino con una specifica figura di riferimento, solitamente la madre, avente sia una funzione biologica, di protezione dai pericoli, che una funzione psicologica, garantisce cioè una sensazione di sicurezza e benessere. Ciò implica da parte del bambino la ricerca costante di una prossimità fisica, in assenza della quale egli protesta per la separazione, e prova ansia e sentimenti di angoscia.

A partire dall’esperienza di attaccamento Bowlby teorizzò che intorno ai 18 mesi i bambini fossero in grado di strutturare mentalmente, nel corso dell’interazione con l’ambiente il bambino, dei Modelli Operativi Interni, ossia degli schemi con il quale percepire gli eventi, tentare di prevedere le conseguenze di alcuni comportamenti, costruendo così le proprie relazioni.

Per la formazione di questi Modelli Operativi interni indispensabili sono le interazioni tra caregiver e bambino e la qualità della relazione che si configura tra loro.

Fatta questa premessa, considerando come il sistema di attaccamento sia qualcosa di relativamente duraturo nel tempo e stabile che influenza le relazioni successive, in particolar modo le relazioni che un individuo instaura con il proprio partner sentimentale, molti studi si sono soffermati sulla possibilità che “attaccamenti insicuri” danneggino le abilità individuali di gestione delle relazioni in età adulta, con una conseguente propensione a mettere in atto dei comportamenti disfunzionali e di discontrollo in relazione alla persona amata.

Considerato il fatto che la capacità di avvicinarsi agli altri con fiducia e con sicurezza dipende proprio dal fatto di avere avuto esperienze relazionali positive e rispecchianti, nelle prime fasi di vita, con la propria figura di attaccamento, non risulta difficile poter operare una lettura della Sindrome delle Molestie Assillanti all’interno della cornice della Teoria dell’Attaccamento, e analizzare il fenomeno all’interno della dimensione relazionale, in cui proprio “gli schemi relazionali” dello stalker – intese proprio come le primissime esperienze relazionali – si attivano dando vita ad una dinamica relazionale di stampo persecutorio e maltrattante.

È importante sottolineare come aver avuto un “attaccamento insicuro” non causi direttamente una disfunzionalità nelle relazioni nell’età adulta, dal momento che i pattern di attaccamento sono in continua evoluzione e modifica, ma costituisce comunque un importante fattore di rischio nel complesso gioco di intrecci tra tanti altri fattori di rischio e altrettanti fattori protettivi.

È proprio in virtù del fatto che non esiste alcuna causalità diretta che, in un’ottica preventiva, è importante poter promuovere una buona educazione all’affettività all’interno di tutte le diverse agenzie educative in cui il bambino è inserito (la famiglia, la scuola, i contesti ludico-ricreativi), in cui egli possa imparare a vivere intensamente e in maniera profonda stati emotivi e affettivi senza farsene sopraffare, sapendo riconoscere e accogliere le proprie emozioni per poter poi riconoscere ed accogliere quelle dell’altro.

A livello psicoterapeutico, è importante offrire alle vittime di stalking uno spazio in cui poter essere accolte nel tentativo di ristabilire un equilibrio psichico e riprendere in mano la loro vita, uscendo così dal circolo di terrore e paura che le condotte persecutorie hanno in loro generato.

Per quanto riguarda invece il trattamento di persone che agiscono comportamenti persecutori e di molestia, in ambito clinico al terapeuta spetta il compito proprio di lavorare sugli schemi relazionali del paziente, ponendosi come base sicura da cui poter partire per esplorare il mondo interno del paziente, i temi più controversi e, talvolta, traumatici anche delle loro relazioni di attaccamento primarie.

 

gokhan duman photo

 

articolo di Claudia Terzani

Negli ultimi anni, l’autolesionismo tra adolescenti e giovani adulti è diventato un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante. Genitori, insegnanti e operatori sanitari si trovano spesso di fronte a ragazzi che si procurano ferite intenzionalmente, senza però voler togliersi la vita. Ma cosa significa davvero “autolesionismo”? E come possiamo riconoscerlo e affrontarlo?

Cos’è l’autolesionismo

L’autolesionismo si riferisce a tutti quei comportamenti con cui una persona provoca danni fisici a se stessa, in modo intenzionale e diretto, senza l’obiettivo di morire.
Tra le forme più comuni troviamo:
– tagli o graffi profondi,
– bruciature,
– colpirsi o sbattere volontariamente contro superfici dure,
– impedire la guarigione di ferite.

È importante distinguere l’autolesionismo dal tentativo di suicidio:
– nel primo caso, lo scopo principale non è morire, ma gestire emozioni dolorose o comunicare sofferenza;
– nel secondo caso, l’intento è porre fine alla propria vita.

Questi due comportamenti, tuttavia, possono coesistere, e chi si autolesiona ha un rischio più alto di tentativi di suicidio in futuro (DSM-5, Sezione III).

Perché i giovani si autolesionano

dipendenza affettiva o amore

Una revisione recente (Motivations for Self-Harm in Young People, 2025) ha evidenziato che i ragazzi si autolesionano principalmente per quattro motivi:
1. Regolare emozioni intense come rabbia, ansia, tristezza o senso di vuoto.
2. Autopunirsi, perché si sentono in colpa o “sbagliati”.
3. Comunicare il proprio dolore agli altri, quando non trovano le parole per farlo.
4. Sentire qualcosa, soprattutto in momenti di forte dissociazione o distacco emotivo.

Queste motivazioni mostrano che, per molti giovani, l’autolesionismo non è solo un gesto per attirare l’attenzione, ma un tentativo di affrontare emozioni difficili in mancanza di strategie più sane.

Quanto è diffuso l’autolesionismo tra i giovani

Diversi studi mostrano che l’autolesionismo è purtroppo molto frequente tra gli adolescenti:
– Uno studio condotto in Italia ha trovato che il 42% degli adolescenti aveva compiuto almeno un atto autolesivo nella vita (Prevalence and Clinical Correlates of Deliberate Self-Harm, 2010).
– Una ricerca internazionale (Italia, Olanda, Stati Uniti) ha rilevato che 1 ragazzo su 4 si era autolesionato nell’ultimo anno (Adolescent non-suicidal self-injury: a cross-national study, 2012).

I fattori più spesso associati a questi comportamenti includono:
– depressione e ansia,
– conflitti familiari,
– bullismo e isolamento sociale,
– uso di sostanze.

Il ruolo della resilienza e dei fattori protettivi

Non tutti i ragazzi che vivono situazioni difficili si autolesionano. Uno studio di Khan e Ungar (Resilience to Self-Harm, 2023) ha individuato alcuni fattori protettivi che possono ridurre il rischio:
– avere relazioni di supporto con adulti di fiducia o amici,
– sviluppare abilità di regolazione emotiva,
– trovare un senso di significato attraverso valori personali o spiritualità,
– vivere in contesti scolastici e sociali inclusivi.

Questo suggerisce che non basta ridurre i fattori di rischio: è fondamentale costruire risorse di resilienza, aiutando i giovani a sentirsi compresi e sostenuti.

Come intervenire

L’intervento dipende molto dalla situazione, ma alcune linee guida condivise dagli studi includono:
– Ascolto e validazione: non minimizzare o giudicare il gesto, ma riconoscerne la funzione di ‘sopravvivenza’ emotiva.
– Interventi terapeutici specifici, come la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), che ha mostrato buoni risultati.
– Coinvolgere la famiglia, lavorando sulla comunicazione e sulla gestione dei conflitti.
– Promuovere strategie di coping alternative, insegnando al giovane modi più sani di regolare le emozioni.

Quando chiedere aiuto

È importante non sottovalutare mai l’autolesionismo, anche se il ragazzo dice di non voler morire.
Segnali di allarme possono includere:
– ferite frequenti o inspiegabili,
– uso di vestiti larghi anche con il caldo,
– isolamento sociale,
– cali improvvisi nel rendimento scolastico.

In questi casi, è fondamentale offrire ascolto e cercare insieme un supporto professionale.

Conclusione

L’autolesionismo non è solo un gesto da ‘ragazzi problematici’, ma un segnale di sofferenza profonda. Comprenderlo significa offrire a chi ne soffre la possibilità di trovare altre strade per gestire emozioni difficili. Come adulti di riferimento – genitori, insegnanti, operatori – possiamo giocare un ruolo fondamentale non giudicando, ma ascoltando, sostenendo e guidando i giovani verso l’aiuto di cui hanno bisogno.

 

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). Washington, DC: Author.

Cerutti, R., Manca, M., Presaghi, F., & Gratz, K. L. (2010). Prevalence and clinical correlates of deliberate self-harm among a community sample of Italian adolescents. Journal of Adolescence, 34(2), 337-347.

Giletta, M., Scholte, R. H. J., Engels, R. C. M. E., Ciairano, S., & Prinstein, M. J. (2012). Adolescent non-suicidal self-injury: A cross-national study of community samples from Italy, the Netherlands and the United States. Psychiatry Research, 197(1-2), 66-72.

Khan, A., & Ungar, M. (2023). Resilience to self-harm: A scoping review of protective factors that aid in recovery among marginalized young people. Crisis, 44(1), 61-69.

Tang, S., Hoye, A., Slade, A., Tang, B., Holmes, G., Fujimoto, H., Zheng, W.-Y., Ravindra, S., Christensen, H., & Calear, A. L. (2025). Motivations for self-harm in young people and their correlates: A systematic review. Clinical Child and Family Psychology Review, 28, 171-208.

 

articolo di Marica Martorana

Uno sguardo sistemico sul disagio

A volte in una famiglia c’è qualcuno che “sta male”.
Un adolescente che si chiude in camera.
Un bambino che diventa improvvisamente oppositivo.
Un adulto che sviluppa un’ansia che sembra arrivare dal nulla.

Spesso lo sguardo si concentra su quella persona: cosa non funziona? Qual è il problema? Come possiamo “aggiustarlo”?

La prospettiva sistemico-relazionale propone una domanda diversa, più ampia e forse meno immediata: cosa sta cercando di comunicare questo sintomo all’interno delle relazioni?

Il sintomo come linguaggio

In ottica sistemica, il sintomo non è soltanto un insieme di comportamenti o manifestazioni emotive. È anche un messaggio. Un tentativo, talvolta inconsapevole, di ristabilire un equilibrio quando qualcosa nel sistema familiare è in tensione.

Le famiglie, come tutti i sistemi viventi, tendono a mantenere una propria stabilità. Quando attraversano cambiamenti importanti — un lutto, una separazione, un trasferimento, una fase evolutiva delicata come l’adolescenza — possono emergere nuove dinamiche. A volte il disagio si concentra su un membro che diventa il “portavoce” di una fatica più ampia.

Non si tratta di cercare colpe, ma di riconoscere connessioni.

Il ragazzo che somatizza potrebbe stare esprimendo un clima di conflitto non detto.
Il bambino che “fa i capricci” potrebbe reagire a una tensione silenziosa tra i genitori.
Il partner che si ritira emotivamente potrebbe segnalare un disequilibrio nella relazione.

Il sintomo, in questa prospettiva, è una forma di comunicazione relazionale.

 

 

Dal “chi ha il problema?” al “cosa sta succedendo tra noi?”

Questo cambio di sguardo è profondo.
Spostarsi dall’individuo isolato al campo relazionale significa passare dalla logica della riparazione alla logica della comprensione.

La terapia sistemica non si limita a lavorare sulla persona che manifesta il disagio, ma esplora le interazioni, i ruoli impliciti, le alleanze, le aspettative non espresse. Ogni comportamento prende significato dentro una rete di relazioni.

Autori come Gregory Bateson hanno sottolineato come la mente non sia confinata nel cervello individuale, ma emerga dalle relazioni e dagli scambi comunicativi. In questa cornice, il sintomo non è un errore del sistema, ma un segnale che qualcosa sta chiedendo di essere riorganizzato.

Il rischio dell’etichetta

In un’epoca in cui le diagnosi circolano rapidamente anche sui social, può essere rassicurante trovare un nome per ciò che accade. Le etichette, se usate con rigore clinico, hanno una loro funzione. Tuttavia, quando diventano l’unica lente di lettura, rischiano di irrigidire la narrazione: la persona finisce per coincidere con il suo sintomo.

La prospettiva sistemica invita invece a mantenere uno spazio di complessità. Un adolescente non è “la sua ansia”. Un bambino non è “il suo disturbo”. Una coppia non è “la sua crisi”. Sono sistemi in movimento, attraversati da passaggi evolutivi che possono essere accompagnati e trasformati.

Il sintomo come opportunità di cambiamento

Può sembrare paradossale, ma spesso il momento di maggiore difficoltà coincide con un’opportunità di crescita.

Quando una famiglia riesce a interrogarsi su ciò che sta accadendo, quando si apre uno spazio di ascolto reciproco, il sintomo può perdere la sua funzione iniziale. Non perché venga negato o minimizzato, ma perché il sistema trova modalità più dirette e consapevoli di esprimere bisogni e tensioni.

Il lavoro psicologico, in questa prospettiva, non consiste nel “eliminare” il sintomo a ogni costo, ma nel comprendere quale equilibrio stesse cercando di proteggere e quali nuove possibilità possano emergere.

Una responsabilità condivisa

Guardare al disagio in modo sistemico significa assumersi una responsabilità condivisa.
Non colpa, ma partecipazione.

Significa riconoscere che ogni relazione influisce sulle altre e che il cambiamento di uno può generare movimenti nell’intero sistema. Significa anche offrire agli adolescenti e agli adulti uno sguardo meno giudicante su di sé: ciò che viviamo non nasce nel vuoto, ma dentro storie, legami e contesti.

Quando il sintomo viene ascoltato come messaggio, smette di essere solo un problema da eliminare e diventa una porta di accesso alla comprensione.

E forse la domanda più utile non è più:
“Chi deve cambiare?”

Ma:
“Cosa possiamo trasformare insieme?”

 

Principali riferimenti:

Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente.

Minuchin, S. (1974). Famiglie e terapia della famiglia.
Watzlawick, P., Beavin, J., & Jackson, D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana.
Cancrini, L. (2013). La cura delle infanzie infelici.

Dopo la laurea in Neuroscienze Cognitive, ho approfondito la neuropsicologia clinica presso il Santa Lucia.
Ho conseguito un master in Criminologia e Scienze Forensi con il Consorzio Humanitas. Attualmente sto
concludendo la specializzazione in Psicoterapia Cognitiva presso SPC Roma. Svolgo attività di tirocinio al
Centro di Salute Mentale dell’Asl Roma 6. Ho seguito formazioni in Dialectical Behaviour Therapy,
Compassion Focused Therapy e Acceptance and Commitment Therapy.

Psicologa, sessuologa clinica, esperta in educazione sessuale e in violenza di genere. Dal 2019 lavoro nel sociale, nello specifico nei servizi che si occupano di donne e ragazze che vogliono uscire da situazioni di violenza. A livello clinico mi occupo del benessere sessuale lungo tutto l’arco della vita, individuale e/o di coppia. Tratto problematiche relazionali legate alla sfera della sessualità e disfunzioni sessuali. Problematiche legate all’identitá di genere e all’orientamento sessuale. Mi occupo anche di sensibilizzazione ed educazione attraverso percorsi di educazione sessuo-affettiva nei contesti scolastici e di aggregazione giovanile

Ho conseguito la laurea magistrale in Psicologia Clinica presso l’Università La Sapienza di Roma e il diploma
di specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica presso la Scuola di Psicosociologia SPS. In questi anni di
formazione, le mie esperienze di studio e di lavoro si sono concentrate sullo sviluppo della convivenza
sociale entro diversi ambiti.
Lavoro privatamente e in collaborazione con realtà associative entro contesti di intervento che trattano
questioni relative alla marginalità sociale e al rischio isolamento. In modo particolare, ho maturato
esperienza entro il contesto scolastico per trattare problemi legati alla disabilità, all’integrazione delle
differenze culturali e alla dispersione scolastica.
Come psicoterapeuta propongo alle persone di implicarsi in un lavoro di esplorazione dei propri modi di
partecipare alle relazioni affettive e ai contesti di appartenenza. La relazione terapeutica diviene il luogo in
cui pensare emozioni, quelle con cui significhiamo la nostra realtà, con l’obiettivo di recuperare gradi di
libertà e di restituire senso alla propria esperienza.

articolo di Irene Spiganti

Cosa siamo quando non siamo dovunque.

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”
(Fabrizio De André)

Sempre più spesso incontriamo parole e formule nuove per dare voce a vissuti interni. Usiamo
un’altra lingua per avvicinare e condividere quello che sentiamo, ma se questo non facesse altro che
allontanarci, dal sentire autentico? Manifesting, Chill, Cringe, FOMO…
In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione, il nostro vocabolario emotivo sembra averne
risentito: l’uso dell’inglese risponde a un bisogno di sintesi e immediatezza, ma funge spesso anche
da schermo. Dare un nome straniero a un disagio permette di oggettivarlo, creando un
distanziamento emotivo che ci fa sentire meno vulnerabili, silenziandone la complessità.

La FOMO (Fear of Missing Out) può essere invece più complessa: sembra essere l’affanno di chi
teme costantemente di restare fuori un tentativo moderno di riempire un vuoto antico, spesso con
stimoli digitali. L’ambiente digitale è sicuramente terreno fertile per l’amplificazione di questa
angoscia: ci illude di poter – e dover – essere ovunque, consumando ogni esperienza possibile per
mettere a tacere l’ansia. Questa paura di essere fuori sembra parlare però non del desiderio di
partecipare, ma del timore profondo di non esistere, se non siamo lì.
La FOMO sembra allora agire per riempire questo senso di vuoto, un’anestesia attraverso il fare. Il
monitoraggio compulsivo dei social, lo scrolling, non è semplice curiosità, ma un tentativo di
sentirsi parte di qualcosa. La disconnessione non viene vissuta come mancanza di svago, ma come
una minaccia alla propria integrità.
Allora forse la salute psichica passa per la capacità di tollerare di perdersi qualcosa, accettare che
non possiamo essere in ogni luogo, né fare ogni cosa. Scegliere un’esperienza significa
inevitabilmente rinunciare a tutte le altre.

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott parlava della capacità di esse soli;, abitare il proprio
spazio interiore sentendo la propria esistenza come reale e solida (anche quando non accade nulla di che potremmo aggiungere). Essa si sviluppa nelle relazioni primarie delle prime fasi di
vita, attraverso la presenza dell’altro “preoccupato” che contribuisce alla costruzione di un ambiente
protettivo, così che il bambino raggiunga la fase dell’“Io sono”, base per il senso di continuità
dell’essere.

Se questo non è successo, l’individuo può sperimentare la solitudine come sentimento doloroso, con
intensi vissuti d’isolamento e abbandono, piuttosto che come potenziale momento di creatività.
Abbiamo forse paura di posare il telefono perché, nel silenzio della disconnessione, potremmo
trovarci faccia a faccia con quella antica sensazione di vuoto?

Fabrizio De André in Khorakhané scrive “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Prenderei in
prestito le parole del grande cantautore per avvicinare il concetto che la FOMO ci spinge a
viaggiare – e a postare – per colmare un vuoto o per paura di sparire, mentre lui ci invita a tornare al
valore dell’esperienza pura, fine a sé stessa, liberata dall’obbligo di essere vista o confermata dagli
altri, accettando che quel viaggio abbia un inizio, una fine e dei confini.
“Mi sono visto di spalle che partivo”, recita sempre De André in Anime Salve, rappresentando
un individuo che smette di guardare gli altri per iniziare a guardare sé stesso. Sembra voler illustrare
la ricerca del Vero Sé che, per essere trovato, ha bisogno di separarsi dalla massa: essere un’Anima
Salva richiede forse il sacrificio dell’onnipotenza in favore di una realtà limitata, ma autentica?
Quando accettiamo di non poter essere ovunque, iniziamo forse finalmente a essere da qualche
parte?

Winnicott D.W.(1958), The Capacity to be Alone, Int. J. Psycho-Anal., 39. Tr. it. in “Sviluppo
affettivo e ambiente” Armando Editore, Roma, 1970
De André, F. (1996). Anime salve. In Anime salve. BMG Ricordi
De André, F. (1996). Khorakhané (A forza di essere vento). In Anime salve. BMG Ricordi.

immagine da barnimages

articolo di Benino Argentieri

Una sola salute: ONE HEALTH.

Immaginiamo per un attimo di camminare in un bosco al tramonto. Il fruscio delle foglie, il canto degli uccelli, l’odore della terra umida. Questo non è solo un momento di relax: èun’esperienza che coinvolge profondamente il nostro organismo e la nostra psiche.

In quel momento, senza rendercene conto, siamo immersi in un equilibrio ancestrale tra natura e salute. Ed è proprio questo equilibrio che il concetto di One Health cerca di spiegare.
“One Health” significa letteralmente “Una sola salute”. È un approccio scientifico e culturale che riconosce l’interconnessione tra la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi. In un mondo sempre più globalizzato, dove un virus può attraversare oceani in poche ore e dove la distruzione degli habitat naturali porta animali e esseri umani a vivere a contatto più stretto, diventa fondamentale guardare alla salute con una prospettiva sistemica, globale.


Ma cosa significa “guardare alla salute in modo sistemico”?

Qui entra in gioco la terapia sistemica, un modello psicoterapeutico che non si concentra solo sul singolo individuo, ma sull’intero sistema in cui vive: la famiglia, le relazioni, il contesto sociale e culturale. La salute, in questo approccio, non è una condizione statica ma un processo che coinvolge dinamiche complesse, in continua evoluzione.
Traslando questa visione al concetto di One Health, possiamo immaginare il pianeta come un grande sistema vivente: un insieme di relazioni tra animali umani e non umani, piante e ambienti naturali.

Quando una parte di questo sistema si ammala — pensiamo, ad esempio, al disboscamento massiccio o all’inquinamento delle acque — l’intero equilibrio si spezza, e anche la salute umana ne risente.

In questo scenario si inserisce un’altra pratica affascinante: l’ecoterapia.

Si tratta di uninsieme di approcci terapeutici che prevedono il contatto diretto con l’ambiente naturale come elemento curativo. Sempre più studi confermano che l’esposizione regolare agli ambienti naturali può ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), aumentare quelli di serotonina (l’ormone della felicità), rafforzare il sistema immunitario, migliorare l’umore e
promuovere una maggiore consapevolezza di sé e del proprio legame con il resto
dell’ecosistema.

Il “bagno di foresta”, in Giappone riconosciuto come pratica medica ufficiale, camminare nei boschi focalizzando l’attenzione sulle sensazioni, coltivare un orto, interagire con gli animali: queste sono solamente alcune delle attività di ecoterapia che migliorano il benessere.

Non solo scientifico e sanitario: One Health è anche un approccio profondamente politico. Significa, infatti, cooperazione concreta tra settori che spesso operano separatamente: medicina umana, veterinaria, agricoltura, tutela ambientale e gestione delle risorse naturali. In pratica, richiede che governi, istituzioni sanitarie, organizzazioni internazionali e comunità locali lavorino insieme, con una visione integrata, a lungo termine e non emergenziale, per affrontare sfide comuni come le pandemie, l’antibiotico-resistenza, la sicurezza alimentare e i cambiamenti climatici.

jack panksepp


Anche per noi psicologi One Health rappresenta una straordinaria opportunità per ampliare lo sguardo clinico e sociale. I servizi psicologici, oggi più che mai, hanno bisogno di superare un approccio individualistico e settoriale, per abbracciare una visione ecologica della cura. Ciò significa considerare come l’ambiente in cui viviamo — urbano o naturale —influenza profondamente la nostra psiche, così come le crisi climatiche, le pandemie o la perdita della biodiversità possono generare disagio psicologico diffuso, come l’ecoansia o il trauma collettivo.

Come facilitatore del cambiamento, lo psicologo promuove la consapevolezza dell’interconnessione tra la nostra salute, quella degli altri esseri umani e quella del resto dell’ecosistema. A livello politico e sociale, contribuisce a diffondere la cultura della cura
sistemica partecipando a tavoli interdisciplinari e collaborando con professionisti di altri ambiti (medici, veterinari, urbanisti, ecc.) per progettare interventi di prevenzione e promozione della salute integrati.
Dunque, One Health non è solo un modello scientifico: è una filosofia, una visione del mondo che ci invita a ripensare il nostro rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi.

One Health è anche un dovuto atto di responsabilità verso le generazioni future.

consulenza psicologica gratuita

Riferimenti principali:
World Health Organization (WHO) – One Health
Capra, F. (1996). The Web of Life. Anchor Books.
Bateson, G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. Chandler Publishing Company.
Buzzell, L., & Chalquist, C. (Eds.). (2009). Ecotherapy: Healing with Nature in Mind. Sierra
Club Books.
Isham A. & al. (2025). Green healing: Ecotherapy as a transformative

Perché il paziente possa cambiare, anche il terapeuta deve cambiare. Questo significa coinvolgere nostri pensieri ed emozioni, portare parti di noi come empatia, senso di responsabilità, una visione del mondo nel quale siamo tutti interconnessi.
Mi sono laureato in psicologia della salute, clinica e di comunità e ho svolto il mio anno di tirocinio in due istituti di psicoterapia.
Dopo il periodo di Erasmus, sono rimasto all’estero per la scrittura della tesi e ho lavorato in ospedale e strutture private, dove ho appreso anche come lavorare in inglese con pazienti internazionali, emigrati ed expat.
Come psicoterapeuta in formazione sistemico-relazionale, mi occupo di percorsi con individui, coppie e famiglie.
Inoltre, assieme ad una collega seguo uno dei gruppi di psicoterapia di Psicologi in Ascolto. Per il progetto curo anche l’area formazione e divulgazione.
Tra i miei interessi, il teatro, l’ecoterapia e le arti visive.

Articoli di Benino Argentieri:



One Health: da cosa è fatta davvero la nostra salute?


articolo di Gianluca Minucci

Cosa sono i pensieri ossessivi?

I pensieri ossessivi sono immagini o idee ricorrenti e persistenti, percepite come intrusive (egodistoniche) e involontarie, che causano forte ansia e interferiscono con la vita quotidiana.
Riguardano spesso paure irrazionali e infondate come, ad esempio, paura di farsi male, di fare del male agli altri, di commettere atti immorali o di avere disturbi mentali e malattie fisiche.
Il comune denominatore di queste paure è il timore costante di non avere il controllo di sé o della propria mente e di poter compiere involontariamente gesti contrari ai propri valori

Ansia e il senso di colpa nascono per ciò che si è pensato, non per ciò che si è fatto.
Le persone ossessive sono spesso molto intelligenti, rigide, perfezioniste e si comportano in maniera ineccepibile nelle situazioni sociali, ma nutrono un profondo terrore della propria aggressività e di commettere errori. La loro tendenza a voler controllare tutto è ciò che li conduce alla totale perdita di controllo.

Qual’è la trappola del controllo?

Le Tentate Soluzioni Disfunzionali  sono attuate dalle persone con tale disagio e divengono una vera e propria Trappola.
In ottica strategica, il problema è mantenuto e amplificato proprio dalle azioni che la persona
compie per cercare di risolverlo. Queste tentate soluzioni disfunzionali consolidano la dinamica ossessiva aggravando l’ansia e il disagio percepito.
Le principali tentate soluzioni sono:

1. Controllo del Pensiero (Repressione Paradossale):

Tentare di non pensare o scacciare una ossessione fa sì che il pensiero torni con più forza (Pensare di non pensare è pensare ancora di più).

2. Richiesta di Rassicurazioni:

Chiedere conferme ad amici/familiari genera una sensazione temporanea di sicurezza, ma a lungo andare rende le paure più e rafforza l’incapacità personale.

3. Evitamento:

Evitare situazioni che potrebbero innescare i pensieri offre un sollievo immediato, ma preclude la verifica della loro infondatezza, creando una spirale crescente di
limitazioni.

4. Compulsioni/Rituali:

Mettere in atto azioni o rituali di pensiero per neutralizzare l’ansia (Disturbo Ossessivo-Compulsivo) offre un apparente controllo, ma rende la persona dipendente dal rituale stesso.

5. Dubitare Ossessivo:

Il continuo rimuginio sulle possibilità alternative cercando una soluzione razionale al dubbio, porta solo a un incremento dell’ossessione.


L’intervento strategico

La Terapia Breve Strategica è un approccio molto efficace nel contrastare i disturbi ossessivi. Si
focalizza sul rompere il meccanismo disfunzionale che genera "il controllo che fa perdere il
controllo.
L’obiettivo è quello di ristrutturare lo schema di pensiero attraverso l’esperienza emotiva correttiva
e, per tale scopo, utilizza tecniche di intervento paradossali come la “prescrizione del sintomo”,
ovvero invitare a concentrare volontariamente i pensieri che tormentano in un momento preciso
della giornata.
Se sapientemente guidato, la persona sperimenta l’abbandono volontario del controllo su aree
della sua vita. Dimostrandosi a sé stessa che le cose non vanno male (anzi, spesso migliorano) in
assenza del suo controllo, la mente riacquista flessibilità e si libera dalle catene ossessive.

Mi chiamo Francesca e sono psicologa laureata in Psicologia Clinica e di Comunità. Ho una specializzazione in Psicoterapia della Gestalt, un approccio che valorizza il contatto autentico, la consapevolezza del qui e ora e l’integrazione tra corpo, emozioni e pensiero.

Nel mio percorso ho approfondito anche la Psico-Oncologia attraverso un corso biennale, che mi ha permesso di accompagnare persone e famiglie nel delicato vissuto legato alla malattia oncologica, con uno sguardo rispettoso e integrato.

Lavoro con adulti, adolescenti e famiglie, offrendo uno spazio sicuro e accogliente in cui esplorare difficoltà emotive, relazionali e momenti di transizione. Credo nella forza del dialogo, nella possibilità di trasformazione e nella costruzione condivisa di percorsi di cura.

articoli di Francesca Gabrielli
- la gestione della rabbia nella terapia della gestalt

Sono psicologa e psicoterapeuta iscritta all’Albo degli Psicologi della Campania dal 2012.
Mi sono laureata nel 2010 presso l’Università "La Sapienza di Roma e Specializzata in
Analisi Transazionale nel 2015.
Ho scelto di specializzarmi in Analisi Transazionale perché ritengo che sia un approccio
molto efficace per comprendere il modo in cui sentiamo, pensiamo e agiamo nella relazione
con noi stessi e con gli altri. Penso che comprendere come funzioniamo nelle relazioni
interpersonali e nella relazione con noi stessi sia il primo passo per costruirci una vita
autentica, nutriente e appagante.
Nel corso dei miei anni di attività ho accompagnato alla libera professione progetti di
collaborazione con enti territoriali, quali fondazioni e scuole, in qualità di formatrice e
consulente psicologa.
Come psicoterapeuta mi occupo di adulti e giovani adulti con i quali costruisco un intervento
cucito su misura che tenga conto delle loro difficoltà e delle loro risorse per supportare le
persone nella costruzione del loro personale benessere psicologico.

Sono Psicologa e Psicoterapeuta formata presso la scuola APC di Roma. La mia pratica clinica si fonda sull’integrazione della Terapia Cognitiva Comportamentale e della Teoria dell’Attaccamento e si pone come obiettivo  quello di accompagnare la persona in un percorso collaborativo per sviluppare consapevolezza, flessibilità cognitiva ed emotiva, e costruire una narrativa di vita più funzionale e soddisfacente.
Durante i miei percorsi di studi mi sono specializzata anche in disturbi da uso di sostanze e lavoro attualmente in servizi di riduzione del danno per persone che abusano di sostanze stupefacenti.

Sono uno psicologo clinico specializzando in psicoterapia psicoanalitica individuale e di gruppo presso la Scuola COIRAG di Roma.

Ho lavorato come psicologo a scuola, attraverso sportelli d’ascolto per gli studenti della scuola secondaria e tramite percorsi di consulenza a insegnanti e genitori.

Attualmente, parte del mio lavoro è dedicato al trattamento delle tossicodipendenze in un centro specialistico per persone con diagnosi di disturbo mentale.

Il mio approccio è caratterizzato dal considerare la Persona oltre ogni tipo di etichetta diagnostica, accogliendo la complessità e l’unicità di ogni esperienza umana, con attenzione ai significati profondi che ciascuno attribuisce al proprio vivere.

Sono una psicologa clinica, iscritta all’albo della regione Lazio n. 27771.
Sto terminando il quarto anno della scuola di specializzazione I.R.E.P. (Istituto di Ricerche Europee
in Psicoanalisi) fondata e diretta dal Prof. Edmond Gilliéron, membro della Società internazionale
di psicoanalisi.
La mia formazione come terapeuta ha un approccio integrato tra la scuola psicoanalitica e quella
sistemica. Lavoro con il singolo individuo, la coppia e la famiglia mettendo al centro della terapia la
relazione; guardo agli individui come parte interattiva di un rapporto complesso con i diversi
sistemi di appartenenza.
Opero nel terzo settore ed ho esperienza decennale in progettazione ed intervento nel sociale,
prevalentemente per l'infanzia e l'adolescenza. Sono Tutor Dsa, istruttrice di mindfulness in età
evolutiva ed ho un master in play therapy cognitivo comportamentale.
Mi occupo della promozione della convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza,
collaborando con diversi istituti scolastici sul territorio romano in progetti per il contrasto alla
povertà educativa ed alla dispersione scolastica. Sono coordinatrice e responsabile di tre
ludoteche e due centri di aggregazione giovanile municipali finanziati con fondi della legge
285/1997; In questi contesti curo la programmazione delle attività educative, la promozione del
valore della multiculturalità, il supporto alla genitorialità ed il sostegno psicologico per adolescenti
e giovani adulti.

Sono psicologa e sto completando il mio percorso di formazione come psicoterapeuta presso l’Istituto Dedalus-Centro studi di Terapia Familiare e Relazionale. Ho avuto modo di maturare esperienze in diversi contesti clinici e sanitari: alla Fondazione Stella Maris mi sono avvicinata alla psicologia dello sviluppo, al Policlinico Gemelli ho approfondito il contesto clinico psiconcologico, mentre al CSM Asl Roma 2 ho svolto tirocinio nell’ambito della salute mentale. Ho lavorato presso l’ospedale Cristo Re di Roma, dove mi sono occupata di valutazioni di idoneità per la chirurgia bariatrica e di percorsi psiconutrizionali per pazienti con obesità. Successivamente, all’Asst spedali civili di Brescia ho operato come Psicologa delle cure primarie, offrendo supporto psicologico tempestivo sul territorio. Ho completato il primo livello di formazione EMDR e oggi integro queste esperienze per accompagnare le persone, le coppie e le famiglie nel loro percorso di crescita e benessere.

Sono uno psicologo laureato in Psicopatologia dinamica dello Sviluppo presso l’Università La Sapienza di Roma, iscritto all’Ordine degli Psicologi del Lazio. Sto concludendo la mia formazione come psicoterapeuta ad orientamento Analitico Transazionale.

Collaboro con associazioni del territorio in progetti di promozione della salute e intervento sociale, offrendo un servizio di riabilitazione domiciliare rivolto a pazienti psichiatrici.
Mi occupo di adulti e giovani adulti che attraversano momenti di difficoltà o che desiderano comprendere meglio sé stessi e le proprie relazioni. Nel mio lavoro propongo uno spazio in cui le persone possano esplorare i modelli relazionali e gli schemi appresi nel tempo, che spesso condizionano il presente, aiutandoli a riconoscerne le origini e a sperimentare modalità di relazione più libere e autentiche, con sé stessi e con gli altri.

psicoterapia a basso costo

Laureata con lode in Psicopatologia dinamica dello sviluppo presso l’Università La Sapienza di Roma.
Durante gli anni universitari ho potuto fare esperienze formative presso strutture residenziali come il “Centro Disturbi del Comportamento Alimentare Palazzo Francisci” di Todi o la comunità madre-bambino “La Casa Verde” di Roma.
Per la formazione Specialistica in Psicologia Clinica, sempre presso La Sapienza Università di Roma, ho attivato una collaborazione di diversi anni presso il Centro di Salute Mentale di Via Sabrata, appartenente alla ASL Roma 1.

Ho lavorato come tutor DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) con interventi domiciliari e non, con attività di tutoraggio allo studio e potenziamento cognitivo.
Collaboro anche con altre associazioni presenti sul territorio in vari progetti di intervento nel sociale e di prevenzione e promozione della salute.
Mi occupo di adulti, giovani adulti e adolescenti che si trovano ad affrontare un momento particolare della propria vita, difficoltà, o che decidono di intraprendere un percorso di comprensione di sé, dell’ambiente e delle relazioni in cui vivono.

psicologi in ascolto

Giuseppina Valvo
Psicologa Psicoterapeuta dell’età evolutiva
Socia SIPsIA (Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della Coppia
Dottore di Ricerca in Psicologia Giuridica
Mi occupo di valutazione e cura del disagio psicologico di bambini, adolescenti, adulti e coppie delle diverse tipologie familiari.

 

articoli di Giuseppina Valvo

I disturbi comportamentali nei bambini
psicologi in ascolto

Sono Psicologa ad orientamento sistemico relazionale. Mi sono laureata nel 2014 presso l’università degli studi di Padova e sono iscritta all’albo degli psicologi del Lazio da febbraio 2019. Dopo la laurea ho collaborato con l’Unità locale Socio-Sanitaria di Padova, all’interno del servizio di Neuropsichiatria Infantile, nel quale ho partecipato a svariati incontri istituzionali di tutela minori e ad un programma di intervento per prevenire il rischio di maltrattamento e il conseguente allontanamento dei bambini dal nucleo familiare. A Roma ho, tra l’altro, svolto il tirocinio di specializzazione come psicologa clinica presso il Centro di salute mentale del Distretto 6, nel quale ho preso parte a colloqui clinici individuali, familiari e di coppia. Come psicologa, metto al centro della mia attività la possibilità di favorire il cambiamento, potenziare le risorse individuali o collettive, accompagnare le persone, le coppie e le famiglie nelle diverse fasi di sviluppo e di benessere.

psicoterapia basso costo

Sono una psicologa psicoterapeuta specializzata nel trattamento dei disturbi dell’umore, dell’ansia, delle
fobie e degli attacchi di panico. Mi occupo anche di autostima, benessere psicofisico e qualità della vita,
accompagnando le persone in un percorso di miglioramento personale per trovare, in tempi brevi, strategie
efficaci che aiutino a ritrovare equilibrio, energia e fiducia. La mia formazione si basa sull’approccio
strategico integrato, che mi consente di personalizzare ogni percorso terapeutico. per aiutare a scoprire in
tempi brevi le proprie risorse e inclinazioni, per favorire un cambiamento autentico e sostenibile nel
proprio stile di vita."

psicoterapia a costo calmierato

 

Sono una psicologa clinica laureata all’Università La Sapienza di Roma e iscritta all’Ordine degli Psicologi del Lazio, sto concludendo la mia formazione come psicoterapeuta di orientamento Sistemico Relazionale presso l’Istituto Europeo di Formazione e Consulenza Sistemica e presso uno dei Centri di Salute Mentale del territorio Asl Roma 2, negli anni mi sono occupata di violenza di genere sia come ricercatrice presso il City College di New York sia come operatrice e psicologa nell’ambito dell’associazionismo a Roma, sono specializzata in maltrattamento e abuso all’infanzia, consulente in Sessuologia Clinica e Consulente Tecnica di Parte in casi di maltrattamento per il Tribunale Civile. Dal 2023 sono entrata a far parte dell’equipe di Psicologi in Ascolto perché credo nell’importanza di una psicoterapia sociale che sia accessibile a tutte e tutti.

Sono Psicologa e Psicoterapeuta in formazione presso la Scuola di specializzazione di Psicologia Psicoanalitica SPS- Intervento Psicologico clinico e analisi della domanda.
Ho conseguito la laurea in Psicologia presso l’Università Sapienza di Roma:
nel 2009 la laurea triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche dello sviluppo e della salute in età evolutiva e nel 2012 la laurea magistrale in Psicologia dinamico clinica dell’infanzia, dell’adolescenza e della famiglia.
Sono iscritta all’Albo degli psicologi della regione Lazio.
Lavoro sia nei contesti scolastici, occupandomi di integrazione e socializzazione, che nello studio privato.
Ho maturato esperienza presso CSM romani come psicologa tirocinante.
Nel mio lavoro propongo uno spazio in cui le persone possano dare alle emozioni che provano il diritto di esistere, nominandole ed esplorandole insieme. L’obiettivo è promuovere lo sviluppo delle persone entro i loro contesti di vita e in rapporto alle loro relazioni lavorative, familiari, sociali e di coppia, attraverso un percorso di costruzione e sollecitazione di un pensiero sulle emozioni sperimentate.

Sono una psicoterapeuta psicodinamica con un orientamento psicoanalitico, specializzata nel lavoro con adolescenti e adulti. La mia formazione ed esperienza clinica mi hanno permesso di sviluppare una profonda comprensione delle dinamiche psicologiche che influenzano la vita delle persone, con un focus sulle dinamiche interpersonali.

Ho lavorato in diverse comunità e nei servizi pubblici afferenti alle ASL Roma 1 e 2, fornendo supporto terapeutico a pazienti adulti e adolescenti con diverse condizioni, tra cui disturbi dell’umore, ansia, depressione, disturbi di personalità, disturbi alimentari e altre patologie complesse, anche di tipo psichiatrico. La mia esperienza clinica mi ha insegnato l’importanza di un approccio empatico e personalizzato, adattato alle esigenze specifiche di ciascun paziente.

Ho una formazione specifica e un’esperienza lavorativa come psicologa nel mondo della scuola, con particolare attenzione ai Bisogni Educativi Speciali (BES). Mi sono specializzata in gruppoanalisi e considero il gruppo un potente strumento per la crescita e la realizzazione personale.

Il mio approccio terapeutico si focalizza sull’esplorazione delle esperienze inconsce e delle relazioni significative che plasmano la nostra identità e il nostro comportamento. Attraverso un setting terapeutico sicuro ed empatico, lavoro con i miei pazienti per aiutarli a comprendere e superare le sfide emotive e psicologiche che li ostacolano.

“La mia ricerca e la clinica si basa sui disagi contemporanei, nelle fasce dell’età evolutiva (6 – 12 anni), adolescenziale (13 – 18), giovani adulti (18 – 25) e adulti. Lavoro per aiutare ad affrontare crisi evolutive, conseguenze della pandemia, ansia, depressione, disturbi dell’umore, disturbi di personalità, difficoltà legate a momenti di conflittualità e sopratutto per scoprire gli strumenti per affrontare la propria realtà individuale, di famiglia e generazionale. Il focus è la promozione della salute mentale, nella prevenzione della psicopatologia e nella cura del disagio psichico della persona: sia le esperienze individuali sia le sofferenze sono una grande opportunità di conoscenza.”

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