cibo e covid 19
articolo di Serena Marinelli

Un fenomeno in crescita

Negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia da Covid-19, i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono aumentati in modo esponenziale, in particolare tra preadolescenti,
adolescenti e giovani adulti.
L’isolamento, l’incertezza, la perdita delle routine e l’aumento dell’ansia hanno reso il rapporto con il corpo e con il cibo ancora più fragile.

Oltre il cibo: il significato del sintomo

Anoressia, bulimia e abbuffate non riguardano solo il cibo.
Spesso rappresentano un modo per esprimere emozioni difficili da raccontare: paura, senso di vuoto, bisogno di controllo o difficoltà nella crescita.
Secondo l’approccio sistemico-familiare, il sintomo non appartiene soltanto alla persona, ma si sviluppa all’interno delle relazioni e della storia familiare.

Adolescenza e cambiamenti

Molti disturbi alimentari compaiono durante l’adolescenza, una fase delicata del ciclo di vita.
Crescere significa cambiare corpo, ridefinire la propria identità e separarsi gradualmente dall’infanzia e dalle proprie figure di riferimento.
Per alcuni ragazzi il controllo del cibo diventa un tentativo di fermare il cambiamento o gestire emozioni percepite come troppo intense.
Pertanto, il disturbo può quindi assumere diverse funzioni inconsapevoli:
– esprimere una sofferenza non detta;
– mantenere un equilibrio familiare fragile;
– evitare conflitti;
– attirare attenzione su un disagio;
– bloccare passaggi evolutivi percepiti come troppo difficili.

In questa prospettiva la persona non viene identificata con il sintomo: il disturbo è un messaggio da comprendere, non un’etichetta.

Il tempo sospeso

Alcuni autori sistemici descrivono questi disturbi come una forma di “tempo sospeso”.
La persona può sentirsi bloccata tra il desiderio di autonomia e il bisogno di protezione.
Il sintomo alimentare crea un equilibrio fragile: dà l’illusione del controllo ma, allo stesso tempo, limita la libertà personale e relazionale.

Il tema della perdita

Nei disturbi alimentari è spesso presente il tema della perdita.
Lutti, separazioni, cambiamenti familiari o anche il semplice passaggio dall’infanzia all’età adulta possono essere vissuti con grande sofferenza.
A volte il controllo del corpo e dell’alimentazione diventa un modo per gestire il dolore, riempire un vuoto o evitare emozioni difficili.

La famiglia come risorsa

L’approccio sistemico-familiare non cerca colpevoli.
La famiglia non è vista come “causa” del disturbo, ma come parte importante della storia e anche della cura.
Attraverso la psicoterapia è possibile comprendere il significato del sintomo, migliorare la comunicazione emotiva e costruire nuovi equilibri più sani.
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione parlano di relazioni, crescita, identità e sofferenza emotiva.
Dietro il sintomo non c’è soltanto un problema con il cibo, ma una persona che cerca, spesso silenziosamente, un modo per esprimere il proprio dolore.

Bibliografia
Onnis L., (2004). Il tempo sospeso. Anoressia e bulimia tra individuo, famiglia e società.
Minuchin S., Rosman B.L., Baker L. (1980). Famiglie psicosomatiche. L'anoressia mentale
nel contesto familiare.
Selvini Palazzoli M. (2005). L’anoressia mentale. Dalla terapia individuale alla terapia
familiare.
di Benino Argentieri

Recensione del docufilm “Nonostante le cicatrici”

Lunedì 13 aprile 2026 si è tenuta presso il cinema Nuovo Sacher a Roma la proiezione del docufilm “Despite the scars” (trad. “Nonostante le cicatrici”).
Quest’opera segue Thea, una giovane ballerina che vive a Berlino, nel lungo e complesso cammino che prende le mosse da un evento terribile: l’aver subìto una violenza sessuale di gruppo tornando a casa una sera. Nell’avvicendarsi delle scene, vediamo Thea percorrere in tempo reale stanze di casa, corsie di ospedali, aule di tribunale e aule di danza. Le siamo accanto nei momenti duri, fatti di flashback e spaesamento, tanto quanto nei momenti di luce, in cui risplende durante le sue lezioni di danza.
Il sapiente montaggio alterna proprio momenti piacevoli e momenti spiacevoli, che ricalcano l’oscillare continuo tra il “qui ed ora” e i flashback a seguito di un’esperienza dal potenziale
traumatizzante. Una scena mi ha colpito particolarmente: Thea invita una sua allieva a muovere il proprio corpo per spostare il baricentro e vivere l’esperienza del lasciarsi cadere, per poi riprendere l’equilibrio.

Cadere equivale ad una radicale perdita di controllo: emerge spontaneamente l’angoscia del vuoto, si mette a nudo la vulnerabilità, ci investe la paura del dolore dell’impatto.
Invece il lasciarsi cadere, quindi decisione calcolata e consapevole, espone a questo vissuto spiacevole ma tentando di farne un’esperienza con un significato assai diverso. Per Thea, come per chiunque abbia attraversato un evento traumatizzante, i rischi sono quindi non fisici (non si arriva mai a cadere davvero) ma emozionali e psicologici: rivivere emozioni e persino sensazioni legate all’evento (incluso il tempo in ospedale o le udienze in tribunale).
Il permettersi di lasciarsi cadere in quei territori emozionali necessita di fiducia: fiducia verso sé stessi, nelle proprie capacità, risorse e possibilità di resilienza e ripresa; fiducia verso qualcun altro significativo e la sua presenza di sostegno; o anche una combinazione delle due. Effettivamente queste parole sembrano descrivere la psicoterapia, con il suo tornare in
luoghi di sofferenza nella fiducia della relazione terapeutica con lo specialista. Questo film prende le mosse proprio dalla fiducia di Thea in sé stessa, nello psicoterapeuta
e in un piccolo e prezioso gruppo di persone: Felix Rier, suo amico di vecchia data e regista dell’opera al quale Thea ha raccontato l’accaduto, il compagno Thiago e la cagnolina
Mandinga. In realtà c’è un’altra persona importantissima ma non ne svelerò qui l’identità né il significato simbolico con il quale arriva.
Tutto, dalle scelte registiche a quelle in sala di montaggio, dal comparto audio all’utilizzo di video fatti da Thea direttamente con il proprio smartphone, questo docufilm arriva come un
racconto delicato perché intimo, anche nel tatto e nel rispetto mostrato da tutte le persone coinvolte. Allo stesso tempo è un racconto potente e la potenza sta nella scelta di Thea di lasciarsi cadere, volta dopo volta, per capire come riprendere l’equilibrio e recuperare la sua saldezza, il più possibile.
E la potenza sta in un altro deliberato atto di Thea: scegliere di condividere le sue ferite, le sue cure, le sue cicatrici. Condivisione come modalità di attraversare il dolore, l’unico modo
possibile per renderlo qualcosa altro dalla natura violenta dell’atto. Condivisione come regalo prezioso per noi spettatori, che in questo film siamo invitati a seguire tutto, in punta di piedi,fino ad arrivare assieme a Thea a sentire nel corpo e nell’emozione la concreta speranza con la quale ha ricostruito.

Thea è fondatrice di Resildance, progetto che mira a sviluppare la resilienza ed elaborare esperienze difficili tramite il movimento.

 

 

“Despite the scars” è vincitore del Biografilm 2025 e nella stessa edizione ha ricevuto una menzione speciale Hera “Nuovi Talenti”.
www.despitethescars.com

articolo di Claudia Terzani

Negli ultimi anni, l’autolesionismo tra adolescenti e giovani adulti è diventato un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante. Genitori, insegnanti e operatori sanitari si trovano spesso di fronte a ragazzi che si procurano ferite intenzionalmente, senza però voler togliersi la vita. Ma cosa significa davvero “autolesionismo”? E come possiamo riconoscerlo e affrontarlo?

Cos’è l’autolesionismo

L’autolesionismo si riferisce a tutti quei comportamenti con cui una persona provoca danni fisici a se stessa, in modo intenzionale e diretto, senza l’obiettivo di morire.
Tra le forme più comuni troviamo:
– tagli o graffi profondi,
– bruciature,
– colpirsi o sbattere volontariamente contro superfici dure,
– impedire la guarigione di ferite.

È importante distinguere l’autolesionismo dal tentativo di suicidio:
– nel primo caso, lo scopo principale non è morire, ma gestire emozioni dolorose o comunicare sofferenza;
– nel secondo caso, l’intento è porre fine alla propria vita.

Questi due comportamenti, tuttavia, possono coesistere, e chi si autolesiona ha un rischio più alto di tentativi di suicidio in futuro (DSM-5, Sezione III).

Perché i giovani si autolesionano

dipendenza affettiva o amore

Una revisione recente (Motivations for Self-Harm in Young People, 2025) ha evidenziato che i ragazzi si autolesionano principalmente per quattro motivi:
1. Regolare emozioni intense come rabbia, ansia, tristezza o senso di vuoto.
2. Autopunirsi, perché si sentono in colpa o “sbagliati”.
3. Comunicare il proprio dolore agli altri, quando non trovano le parole per farlo.
4. Sentire qualcosa, soprattutto in momenti di forte dissociazione o distacco emotivo.

Queste motivazioni mostrano che, per molti giovani, l’autolesionismo non è solo un gesto per attirare l’attenzione, ma un tentativo di affrontare emozioni difficili in mancanza di strategie più sane.

Quanto è diffuso l’autolesionismo tra i giovani

Diversi studi mostrano che l’autolesionismo è purtroppo molto frequente tra gli adolescenti:
– Uno studio condotto in Italia ha trovato che il 42% degli adolescenti aveva compiuto almeno un atto autolesivo nella vita (Prevalence and Clinical Correlates of Deliberate Self-Harm, 2010).
– Una ricerca internazionale (Italia, Olanda, Stati Uniti) ha rilevato che 1 ragazzo su 4 si era autolesionato nell’ultimo anno (Adolescent non-suicidal self-injury: a cross-national study, 2012).

I fattori più spesso associati a questi comportamenti includono:
– depressione e ansia,
– conflitti familiari,
– bullismo e isolamento sociale,
– uso di sostanze.

Il ruolo della resilienza e dei fattori protettivi

Non tutti i ragazzi che vivono situazioni difficili si autolesionano. Uno studio di Khan e Ungar (Resilience to Self-Harm, 2023) ha individuato alcuni fattori protettivi che possono ridurre il rischio:
– avere relazioni di supporto con adulti di fiducia o amici,
– sviluppare abilità di regolazione emotiva,
– trovare un senso di significato attraverso valori personali o spiritualità,
– vivere in contesti scolastici e sociali inclusivi.

Questo suggerisce che non basta ridurre i fattori di rischio: è fondamentale costruire risorse di resilienza, aiutando i giovani a sentirsi compresi e sostenuti.

Come intervenire

L’intervento dipende molto dalla situazione, ma alcune linee guida condivise dagli studi includono:
– Ascolto e validazione: non minimizzare o giudicare il gesto, ma riconoscerne la funzione di ‘sopravvivenza’ emotiva.
– Interventi terapeutici specifici, come la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), che ha mostrato buoni risultati.
– Coinvolgere la famiglia, lavorando sulla comunicazione e sulla gestione dei conflitti.
– Promuovere strategie di coping alternative, insegnando al giovane modi più sani di regolare le emozioni.

Quando chiedere aiuto

È importante non sottovalutare mai l’autolesionismo, anche se il ragazzo dice di non voler morire.
Segnali di allarme possono includere:
– ferite frequenti o inspiegabili,
– uso di vestiti larghi anche con il caldo,
– isolamento sociale,
– cali improvvisi nel rendimento scolastico.

In questi casi, è fondamentale offrire ascolto e cercare insieme un supporto professionale.

Conclusione

L’autolesionismo non è solo un gesto da ‘ragazzi problematici’, ma un segnale di sofferenza profonda. Comprenderlo significa offrire a chi ne soffre la possibilità di trovare altre strade per gestire emozioni difficili. Come adulti di riferimento – genitori, insegnanti, operatori – possiamo giocare un ruolo fondamentale non giudicando, ma ascoltando, sostenendo e guidando i giovani verso l’aiuto di cui hanno bisogno.

 

BIBLIOGRAFIA

American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). Washington, DC: Author.

Cerutti, R., Manca, M., Presaghi, F., & Gratz, K. L. (2010). Prevalence and clinical correlates of deliberate self-harm among a community sample of Italian adolescents. Journal of Adolescence, 34(2), 337-347.

Giletta, M., Scholte, R. H. J., Engels, R. C. M. E., Ciairano, S., & Prinstein, M. J. (2012). Adolescent non-suicidal self-injury: A cross-national study of community samples from Italy, the Netherlands and the United States. Psychiatry Research, 197(1-2), 66-72.

Khan, A., & Ungar, M. (2023). Resilience to self-harm: A scoping review of protective factors that aid in recovery among marginalized young people. Crisis, 44(1), 61-69.

Tang, S., Hoye, A., Slade, A., Tang, B., Holmes, G., Fujimoto, H., Zheng, W.-Y., Ravindra, S., Christensen, H., & Calear, A. L. (2025). Motivations for self-harm in young people and their correlates: A systematic review. Clinical Child and Family Psychology Review, 28, 171-208.

 

articolo di Benino Argentieri

Una sola salute: ONE HEALTH.

Immaginiamo per un attimo di camminare in un bosco al tramonto. Il fruscio delle foglie, il canto degli uccelli, l’odore della terra umida. Questo non è solo un momento di relax: èun’esperienza che coinvolge profondamente il nostro organismo e la nostra psiche.

In quel momento, senza rendercene conto, siamo immersi in un equilibrio ancestrale tra natura e salute. Ed è proprio questo equilibrio che il concetto di One Health cerca di spiegare.
“One Health” significa letteralmente “Una sola salute”. È un approccio scientifico e culturale che riconosce l’interconnessione tra la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi. In un mondo sempre più globalizzato, dove un virus può attraversare oceani in poche ore e dove la distruzione degli habitat naturali porta animali e esseri umani a vivere a contatto più stretto, diventa fondamentale guardare alla salute con una prospettiva sistemica, globale.


Ma cosa significa “guardare alla salute in modo sistemico”?

Qui entra in gioco la terapia sistemica, un modello psicoterapeutico che non si concentra solo sul singolo individuo, ma sull’intero sistema in cui vive: la famiglia, le relazioni, il contesto sociale e culturale. La salute, in questo approccio, non è una condizione statica ma un processo che coinvolge dinamiche complesse, in continua evoluzione.
Traslando questa visione al concetto di One Health, possiamo immaginare il pianeta come un grande sistema vivente: un insieme di relazioni tra animali umani e non umani, piante e ambienti naturali.

Quando una parte di questo sistema si ammala — pensiamo, ad esempio, al disboscamento massiccio o all’inquinamento delle acque — l’intero equilibrio si spezza, e anche la salute umana ne risente.

In questo scenario si inserisce un’altra pratica affascinante: l’ecoterapia.

Si tratta di uninsieme di approcci terapeutici che prevedono il contatto diretto con l’ambiente naturale come elemento curativo. Sempre più studi confermano che l’esposizione regolare agli ambienti naturali può ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), aumentare quelli di serotonina (l’ormone della felicità), rafforzare il sistema immunitario, migliorare l’umore e
promuovere una maggiore consapevolezza di sé e del proprio legame con il resto
dell’ecosistema.

Il “bagno di foresta”, in Giappone riconosciuto come pratica medica ufficiale, camminare nei boschi focalizzando l’attenzione sulle sensazioni, coltivare un orto, interagire con gli animali: queste sono solamente alcune delle attività di ecoterapia che migliorano il benessere.

Non solo scientifico e sanitario: One Health è anche un approccio profondamente politico. Significa, infatti, cooperazione concreta tra settori che spesso operano separatamente: medicina umana, veterinaria, agricoltura, tutela ambientale e gestione delle risorse naturali. In pratica, richiede che governi, istituzioni sanitarie, organizzazioni internazionali e comunità locali lavorino insieme, con una visione integrata, a lungo termine e non emergenziale, per affrontare sfide comuni come le pandemie, l’antibiotico-resistenza, la sicurezza alimentare e i cambiamenti climatici.

jack panksepp


Anche per noi psicologi One Health rappresenta una straordinaria opportunità per ampliare lo sguardo clinico e sociale. I servizi psicologici, oggi più che mai, hanno bisogno di superare un approccio individualistico e settoriale, per abbracciare una visione ecologica della cura. Ciò significa considerare come l’ambiente in cui viviamo — urbano o naturale —influenza profondamente la nostra psiche, così come le crisi climatiche, le pandemie o la perdita della biodiversità possono generare disagio psicologico diffuso, come l’ecoansia o il trauma collettivo.

Come facilitatore del cambiamento, lo psicologo promuove la consapevolezza dell’interconnessione tra la nostra salute, quella degli altri esseri umani e quella del resto dell’ecosistema. A livello politico e sociale, contribuisce a diffondere la cultura della cura
sistemica partecipando a tavoli interdisciplinari e collaborando con professionisti di altri ambiti (medici, veterinari, urbanisti, ecc.) per progettare interventi di prevenzione e promozione della salute integrati.
Dunque, One Health non è solo un modello scientifico: è una filosofia, una visione del mondo che ci invita a ripensare il nostro rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi.

One Health è anche un dovuto atto di responsabilità verso le generazioni future.

consulenza psicologica gratuita

Riferimenti principali:
World Health Organization (WHO) – One Health
Capra, F. (1996). The Web of Life. Anchor Books.
Bateson, G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. Chandler Publishing Company.
Buzzell, L., & Chalquist, C. (Eds.). (2009). Ecotherapy: Healing with Nature in Mind. Sierra
Club Books.
Isham A. & al. (2025). Green healing: Ecotherapy as a transformative