Autolesionismo nei giovani: comprendere il fenomeno per poter intervenire
articolo di Claudia Terzani
Negli ultimi anni, l’autolesionismo tra adolescenti e giovani adulti è diventato un fenomeno sempre più diffuso e preoccupante. Genitori, insegnanti e operatori sanitari si trovano spesso di fronte a ragazzi che si procurano ferite intenzionalmente, senza però voler togliersi la vita. Ma cosa significa davvero “autolesionismo”? E come possiamo riconoscerlo e affrontarlo?
Cos’è l’autolesionismo
L’autolesionismo si riferisce a tutti quei comportamenti con cui una persona provoca danni fisici a se stessa, in modo intenzionale e diretto, senza l’obiettivo di morire.
Tra le forme più comuni troviamo:
– tagli o graffi profondi,
– bruciature,
– colpirsi o sbattere volontariamente contro superfici dure,
– impedire la guarigione di ferite.
È importante distinguere l’autolesionismo dal tentativo di suicidio:
– nel primo caso, lo scopo principale non è morire, ma gestire emozioni dolorose o comunicare sofferenza;
– nel secondo caso, l’intento è porre fine alla propria vita.
Questi due comportamenti, tuttavia, possono coesistere, e chi si autolesiona ha un rischio più alto di tentativi di suicidio in futuro (DSM-5, Sezione III).
Perché i giovani si autolesionano
Una revisione recente (Motivations for Self-Harm in Young People, 2025) ha evidenziato che i ragazzi si autolesionano principalmente per quattro motivi:
1. Regolare emozioni intense come rabbia, ansia, tristezza o senso di vuoto.
2. Autopunirsi, perché si sentono in colpa o “sbagliati”.
3. Comunicare il proprio dolore agli altri, quando non trovano le parole per farlo.
4. Sentire qualcosa, soprattutto in momenti di forte dissociazione o distacco emotivo.
Queste motivazioni mostrano che, per molti giovani, l’autolesionismo non è solo un gesto per attirare l’attenzione, ma un tentativo di affrontare emozioni difficili in mancanza di strategie più sane.
Quanto è diffuso l’autolesionismo tra i giovani
Diversi studi mostrano che l’autolesionismo è purtroppo molto frequente tra gli adolescenti:
– Uno studio condotto in Italia ha trovato che il 42% degli adolescenti aveva compiuto almeno un atto autolesivo nella vita (Prevalence and Clinical Correlates of Deliberate Self-Harm, 2010).
– Una ricerca internazionale (Italia, Olanda, Stati Uniti) ha rilevato che 1 ragazzo su 4 si era autolesionato nell’ultimo anno (Adolescent non-suicidal self-injury: a cross-national study, 2012).
I fattori più spesso associati a questi comportamenti includono:
– depressione e ansia,
– conflitti familiari,
– bullismo e isolamento sociale,
– uso di sostanze.
Il ruolo della resilienza e dei fattori protettivi
Non tutti i ragazzi che vivono situazioni difficili si autolesionano. Uno studio di Khan e Ungar (Resilience to Self-Harm, 2023) ha individuato alcuni fattori protettivi che possono ridurre il rischio:
– avere relazioni di supporto con adulti di fiducia o amici,
– sviluppare abilità di regolazione emotiva,
– trovare un senso di significato attraverso valori personali o spiritualità,
– vivere in contesti scolastici e sociali inclusivi.
Questo suggerisce che non basta ridurre i fattori di rischio: è fondamentale costruire risorse di resilienza, aiutando i giovani a sentirsi compresi e sostenuti.
Come intervenire
L’intervento dipende molto dalla situazione, ma alcune linee guida condivise dagli studi includono:
– Ascolto e validazione: non minimizzare o giudicare il gesto, ma riconoscerne la funzione di ‘sopravvivenza’ emotiva.
– Interventi terapeutici specifici, come la Terapia Dialettico-Comportamentale (DBT), che ha mostrato buoni risultati.
– Coinvolgere la famiglia, lavorando sulla comunicazione e sulla gestione dei conflitti.
– Promuovere strategie di coping alternative, insegnando al giovane modi più sani di regolare le emozioni.
Quando chiedere aiuto
È importante non sottovalutare mai l’autolesionismo, anche se il ragazzo dice di non voler morire.
Segnali di allarme possono includere:
– ferite frequenti o inspiegabili,
– uso di vestiti larghi anche con il caldo,
– isolamento sociale,
– cali improvvisi nel rendimento scolastico.
In questi casi, è fondamentale offrire ascolto e cercare insieme un supporto professionale.
Conclusione
L’autolesionismo non è solo un gesto da ‘ragazzi problematici’, ma un segnale di sofferenza profonda. Comprenderlo significa offrire a chi ne soffre la possibilità di trovare altre strade per gestire emozioni difficili. Come adulti di riferimento – genitori, insegnanti, operatori – possiamo giocare un ruolo fondamentale non giudicando, ma ascoltando, sostenendo e guidando i giovani verso l’aiuto di cui hanno bisogno.
BIBLIOGRAFIA
American Psychiatric Association. (2022). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed., text rev.). Washington, DC: Author.
Cerutti, R., Manca, M., Presaghi, F., & Gratz, K. L. (2010). Prevalence and clinical correlates of deliberate self-harm among a community sample of Italian adolescents. Journal of Adolescence, 34(2), 337-347.
Giletta, M., Scholte, R. H. J., Engels, R. C. M. E., Ciairano, S., & Prinstein, M. J. (2012). Adolescent non-suicidal self-injury: A cross-national study of community samples from Italy, the Netherlands and the United States. Psychiatry Research, 197(1-2), 66-72.
Khan, A., & Ungar, M. (2023). Resilience to self-harm: A scoping review of protective factors that aid in recovery among marginalized young people. Crisis, 44(1), 61-69.
Tang, S., Hoye, A., Slade, A., Tang, B., Holmes, G., Fujimoto, H., Zheng, W.-Y., Ravindra, S., Christensen, H., & Calear, A. L. (2025). Motivations for self-harm in young people and their correlates: A systematic review. Clinical Child and Family Psychology Review, 28, 171-208.










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