articolo di Marica Martorana
Uno sguardo sistemico sul disagio
A volte in una famiglia c’è qualcuno che “sta male”.
Un adolescente che si chiude in camera.
Un bambino che diventa improvvisamente oppositivo.
Un adulto che sviluppa un’ansia che sembra arrivare dal nulla.
Spesso lo sguardo si concentra su quella persona: cosa non funziona? Qual è il problema? Come possiamo “aggiustarlo”?
La prospettiva sistemico-relazionale propone una domanda diversa, più ampia e forse meno immediata: cosa sta cercando di comunicare questo sintomo all’interno delle relazioni?
Il sintomo come linguaggio
In ottica sistemica, il sintomo non è soltanto un insieme di comportamenti o manifestazioni emotive. È anche un messaggio. Un tentativo, talvolta inconsapevole, di ristabilire un equilibrio quando qualcosa nel sistema familiare è in tensione.
Le famiglie, come tutti i sistemi viventi, tendono a mantenere una propria stabilità. Quando attraversano cambiamenti importanti — un lutto, una separazione, un trasferimento, una fase evolutiva delicata come l’adolescenza — possono emergere nuove dinamiche. A volte il disagio si concentra su un membro che diventa il “portavoce” di una fatica più ampia.
Non si tratta di cercare colpe, ma di riconoscere connessioni.
Il ragazzo che somatizza potrebbe stare esprimendo un clima di conflitto non detto.
Il bambino che “fa i capricci” potrebbe reagire a una tensione silenziosa tra i genitori.
Il partner che si ritira emotivamente potrebbe segnalare un disequilibrio nella relazione.
Il sintomo, in questa prospettiva, è una forma di comunicazione relazionale.
Dal “chi ha il problema?” al “cosa sta succedendo tra noi?”
Questo cambio di sguardo è profondo.
Spostarsi dall’individuo isolato al campo relazionale significa passare dalla logica della riparazione alla logica della comprensione.
La terapia sistemica non si limita a lavorare sulla persona che manifesta il disagio, ma esplora le interazioni, i ruoli impliciti, le alleanze, le aspettative non espresse. Ogni comportamento prende significato dentro una rete di relazioni.
Autori come Gregory Bateson hanno sottolineato come la mente non sia confinata nel cervello individuale, ma emerga dalle relazioni e dagli scambi comunicativi. In questa cornice, il sintomo non è un errore del sistema, ma un segnale che qualcosa sta chiedendo di essere riorganizzato.
Il rischio dell’etichetta
In un’epoca in cui le diagnosi circolano rapidamente anche sui social, può essere rassicurante trovare un nome per ciò che accade. Le etichette, se usate con rigore clinico, hanno una loro funzione. Tuttavia, quando diventano l’unica lente di lettura, rischiano di irrigidire la narrazione: la persona finisce per coincidere con il suo sintomo.
La prospettiva sistemica invita invece a mantenere uno spazio di complessità. Un adolescente non è “la sua ansia”. Un bambino non è “il suo disturbo”. Una coppia non è “la sua crisi”. Sono sistemi in movimento, attraversati da passaggi evolutivi che possono essere accompagnati e trasformati.
Il sintomo come opportunità di cambiamento
Può sembrare paradossale, ma spesso il momento di maggiore difficoltà coincide con un’opportunità di crescita.
Quando una famiglia riesce a interrogarsi su ciò che sta accadendo, quando si apre uno spazio di ascolto reciproco, il sintomo può perdere la sua funzione iniziale. Non perché venga negato o minimizzato, ma perché il sistema trova modalità più dirette e consapevoli di esprimere bisogni e tensioni.
Il lavoro psicologico, in questa prospettiva, non consiste nel “eliminare” il sintomo a ogni costo, ma nel comprendere quale equilibrio stesse cercando di proteggere e quali nuove possibilità possano emergere.
Una responsabilità condivisa
Guardare al disagio in modo sistemico significa assumersi una responsabilità condivisa.
Non colpa, ma partecipazione.
Significa riconoscere che ogni relazione influisce sulle altre e che il cambiamento di uno può generare movimenti nell’intero sistema. Significa anche offrire agli adolescenti e agli adulti uno sguardo meno giudicante su di sé: ciò che viviamo non nasce nel vuoto, ma dentro storie, legami e contesti.
Quando il sintomo viene ascoltato come messaggio, smette di essere solo un problema da eliminare e diventa una porta di accesso alla comprensione.
E forse la domanda più utile non è più:
“Chi deve cambiare?”
Ma:
“Cosa possiamo trasformare insieme?”
Principali riferimenti:
Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente.
Minuchin, S. (1974). Famiglie e terapia della famiglia.
Watzlawick, P., Beavin, J., & Jackson, D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana.
Cancrini, L. (2013). La cura delle infanzie infelici.















