articolo di Irene Spiganti

Cosa siamo quando non siamo dovunque.

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”
(Fabrizio De André)

Sempre più spesso incontriamo parole e formule nuove per dare voce a vissuti interni. Usiamo
un’altra lingua per avvicinare e condividere quello che sentiamo, ma se questo non facesse altro che
allontanarci, dal sentire autentico? Manifesting, Chill, Cringe, FOMO…
In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione, il nostro vocabolario emotivo sembra averne
risentito: l’uso dell’inglese risponde a un bisogno di sintesi e immediatezza, ma funge spesso anche
da schermo. Dare un nome straniero a un disagio permette di oggettivarlo, creando un
distanziamento emotivo che ci fa sentire meno vulnerabili, silenziandone la complessità.

La FOMO (Fear of Missing Out) può essere invece più complessa: sembra essere l’affanno di chi
teme costantemente di restare fuori un tentativo moderno di riempire un vuoto antico, spesso con
stimoli digitali. L’ambiente digitale è sicuramente terreno fertile per l’amplificazione di questa
angoscia: ci illude di poter – e dover – essere ovunque, consumando ogni esperienza possibile per
mettere a tacere l’ansia. Questa paura di essere fuori sembra parlare però non del desiderio di
partecipare, ma del timore profondo di non esistere, se non siamo lì.
La FOMO sembra allora agire per riempire questo senso di vuoto, un’anestesia attraverso il fare. Il
monitoraggio compulsivo dei social, lo scrolling, non è semplice curiosità, ma un tentativo di
sentirsi parte di qualcosa. La disconnessione non viene vissuta come mancanza di svago, ma come
una minaccia alla propria integrità.
Allora forse la salute psichica passa per la capacità di tollerare di perdersi qualcosa, accettare che
non possiamo essere in ogni luogo, né fare ogni cosa. Scegliere un’esperienza significa
inevitabilmente rinunciare a tutte le altre.

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott parlava della capacità di esse soli;, abitare il proprio
spazio interiore sentendo la propria esistenza come reale e solida (anche quando non accade nulla di che potremmo aggiungere). Essa si sviluppa nelle relazioni primarie delle prime fasi di
vita, attraverso la presenza dell’altro “preoccupato” che contribuisce alla costruzione di un ambiente
protettivo, così che il bambino raggiunga la fase dell’“Io sono”, base per il senso di continuità
dell’essere.

Se questo non è successo, l’individuo può sperimentare la solitudine come sentimento doloroso, con
intensi vissuti d’isolamento e abbandono, piuttosto che come potenziale momento di creatività.
Abbiamo forse paura di posare il telefono perché, nel silenzio della disconnessione, potremmo
trovarci faccia a faccia con quella antica sensazione di vuoto?

Fabrizio De André in Khorakhané scrive “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Prenderei in
prestito le parole del grande cantautore per avvicinare il concetto che la FOMO ci spinge a
viaggiare – e a postare – per colmare un vuoto o per paura di sparire, mentre lui ci invita a tornare al
valore dell’esperienza pura, fine a sé stessa, liberata dall’obbligo di essere vista o confermata dagli
altri, accettando che quel viaggio abbia un inizio, una fine e dei confini.
“Mi sono visto di spalle che partivo”, recita sempre De André in Anime Salve, rappresentando
un individuo che smette di guardare gli altri per iniziare a guardare sé stesso. Sembra voler illustrare
la ricerca del Vero Sé che, per essere trovato, ha bisogno di separarsi dalla massa: essere un’Anima
Salva richiede forse il sacrificio dell’onnipotenza in favore di una realtà limitata, ma autentica?
Quando accettiamo di non poter essere ovunque, iniziamo forse finalmente a essere da qualche
parte?

Winnicott D.W.(1958), The Capacity to be Alone, Int. J. Psycho-Anal., 39. Tr. it. in “Sviluppo
affettivo e ambiente” Armando Editore, Roma, 1970
De André, F. (1996). Anime salve. In Anime salve. BMG Ricordi
De André, F. (1996). Khorakhané (A forza di essere vento). In Anime salve. BMG Ricordi.

immagine da barnimages

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