di Benino Argentieri

Recensione del docufilm “Nonostante le cicatrici”

Lunedì 13 aprile 2026 si è tenuta presso il cinema Nuovo Sacher a Roma la proiezione del docufilm “Despite the scars” (trad. “Nonostante le cicatrici”).
Quest’opera segue Thea, una giovane ballerina che vive a Berlino, nel lungo e complesso cammino che prende le mosse da un evento terribile: l’aver subìto una violenza sessuale di gruppo tornando a casa una sera. Nell’avvicendarsi delle scene, vediamo Thea percorrere in tempo reale stanze di casa, corsie di ospedali, aule di tribunale e aule di danza. Le siamo accanto nei momenti duri, fatti di flashback e spaesamento, tanto quanto nei momenti di luce, in cui risplende durante le sue lezioni di danza.
Il sapiente montaggio alterna proprio momenti piacevoli e momenti spiacevoli, che ricalcano l’oscillare continuo tra il “qui ed ora” e i flashback a seguito di un’esperienza dal potenziale
traumatizzante. Una scena mi ha colpito particolarmente: Thea invita una sua allieva a muovere il proprio corpo per spostare il baricentro e vivere l’esperienza del lasciarsi cadere, per poi riprendere l’equilibrio.

Cadere equivale ad una radicale perdita di controllo: emerge spontaneamente l’angoscia del vuoto, si mette a nudo la vulnerabilità, ci investe la paura del dolore dell’impatto.
Invece il lasciarsi cadere, quindi decisione calcolata e consapevole, espone a questo vissuto spiacevole ma tentando di farne un’esperienza con un significato assai diverso. Per Thea, come per chiunque abbia attraversato un evento traumatizzante, i rischi sono quindi non fisici (non si arriva mai a cadere davvero) ma emozionali e psicologici: rivivere emozioni e persino sensazioni legate all’evento (incluso il tempo in ospedale o le udienze in tribunale).
Il permettersi di lasciarsi cadere in quei territori emozionali necessita di fiducia: fiducia verso sé stessi, nelle proprie capacità, risorse e possibilità di resilienza e ripresa; fiducia verso qualcun altro significativo e la sua presenza di sostegno; o anche una combinazione delle due. Effettivamente queste parole sembrano descrivere la psicoterapia, con il suo tornare in
luoghi di sofferenza nella fiducia della relazione terapeutica con lo specialista. Questo film prende le mosse proprio dalla fiducia di Thea in sé stessa, nello psicoterapeuta
e in un piccolo e prezioso gruppo di persone: Felix Rier, suo amico di vecchia data e regista dell’opera al quale Thea ha raccontato l’accaduto, il compagno Thiago e la cagnolina
Mandinga. In realtà c’è un’altra persona importantissima ma non ne svelerò qui l’identità né il significato simbolico con il quale arriva.
Tutto, dalle scelte registiche a quelle in sala di montaggio, dal comparto audio all’utilizzo di video fatti da Thea direttamente con il proprio smartphone, questo docufilm arriva come un
racconto delicato perché intimo, anche nel tatto e nel rispetto mostrato da tutte le persone coinvolte. Allo stesso tempo è un racconto potente e la potenza sta nella scelta di Thea di lasciarsi cadere, volta dopo volta, per capire come riprendere l’equilibrio e recuperare la sua saldezza, il più possibile.
E la potenza sta in un altro deliberato atto di Thea: scegliere di condividere le sue ferite, le sue cure, le sue cicatrici. Condivisione come modalità di attraversare il dolore, l’unico modo
possibile per renderlo qualcosa altro dalla natura violenta dell’atto. Condivisione come regalo prezioso per noi spettatori, che in questo film siamo invitati a seguire tutto, in punta di piedi,fino ad arrivare assieme a Thea a sentire nel corpo e nell’emozione la concreta speranza con la quale ha ricostruito.

Thea è fondatrice di Resildance, progetto che mira a sviluppare la resilienza ed elaborare esperienze difficili tramite il movimento.

 

 

“Despite the scars” è vincitore del Biografilm 2025 e nella stessa edizione ha ricevuto una menzione speciale Hera “Nuovi Talenti”.
www.despitethescars.com

articolo di Emiliano Noschese

Quando qualcosa cambia nel modo in cui vivi la realtà
“È come se fossi qui… ma non davvero.”

Chi prova a descrivere questa esperienza fatica a trovare le parole giuste e spesso ricorre a
immagini simili tra loro: una sensazione di distanza, di ovattamento, come se tra sé e il mondo si
fosse inserito un filtro. Le persone, i luoghi, le situazioni restano riconoscibili e comprensibili, ma
cambia qualcosa di più sottile, più difficile da definire, che riguarda il modo in cui si è dentro a ciò
che si sta vivendo. Non è tanto la realtà a modificarsi, quanto il senso di presenza all’interno della
realtà stessa.
In ambito clinico queste esperienze vengono definite derealizzazione e depersonalizzazione e
rientrano nei fenomeni dissociativi. Si tratta di stati in cui il rapporto immediato con l’esperienza
viene parzialmente alterato, senza che venga meno l’orientamento o la capacità di distinguere ciò
che è reale da ciò che non lo è. Questo aspetto è fondamentale, perché uno degli elementi che più
spaventa chi le vive è proprio il timore di stare perdendo il contatto con la realtà o di andare
incontro a una forma di disorganizzazione mentale, quando in realtà la capacità di giudizio rimane
intatta. Un elemento spesso trascurato è che queste esperienze, almeno in forma transitoria, sono
relativamente comuni. Molte persone riferiscono di aver vissuto, in momenti di particolare
stanchezza o stress, brevi episodi in cui il mondo appare distante o meno vivido. Diventano un
problema quando si ripetono con frequenza, quando si intensificano, oppure quando vengono
interpretate come segnali di qualcosa di grave, generando un livello di allarme che finisce per
amplificarle.
Se si prova a osservare come questa esperienza si manifesta nella quotidianità, emerge con
chiarezza quanto sia legata più alla qualità dell’esperienza che al suo contenuto. Un esempio
abbastanza comune è quello di un ragazzo che si trova all’università, seduto con alcuni colleghi,
mentre parla di un esame. La conversazione procede normalmente, le informazioni vengono
comprese, ma a un certo punto qualcosa cambia. Le voci iniziano a sembrare più lontane, il
coinvolgimento si riduce, e ciò che fino a poco prima era vissuto dall’interno comincia a essere
percepito come osservato da una certa distanza. La persona si accorge di essere lì, non perde il
filo della situazione, ma fatica a sentirsi pienamente dentro a ciò che sta accadendo. Spesso
segue un tentativo di rientrare, di concentrarsi di più, di verificare che tutto sia “normale”, ma
questo sforzo tende ad aumentare la sensazione di estraneità, almeno nel breve termine.
Per comprendere questo tipo di fenomeno è utile spostarsi da una lettura puramente cognitiva a
una prospettiva più ampia, che tenga conto del funzionamento dell’organismo nel suo insieme. In
letteratura è ben documentato come la dissociazione rappresenti una modalità con cui l’organismo
affronta condizioni di stress elevato o prolungato, soprattutto quando queste non possono essere
scaricate attraverso l’azione. Quando il livello di attivazione interna – ciò che in ambito
neurofisiologico viene definito arousal – supera una certa soglia, l’organismo è chiamato a trovare
un modo per regolare l’intensità dell’esperienza.


Non sempre questo avviene attraverso modalità evidenti. Accanto alle risposte più conosciute,
come l’attacco o la fuga, esistono modalità più silenziose, meno visibili dall’esterno, che implicano
una riduzione del coinvolgimento diretto.
Alcuni modelli, anche di tipo evoluzionistico, mettono in relazione questi stati con le cosiddette
risposte di freeze, cioè forme di immobilità o di distacco che si attivano quando né l’azione né
l’evitamento risultano possibili o efficaci. In queste condizioni, ridurre il contatto con l’esperienza

può rappresentare una soluzione funzionale, perché permette di abbassare l’impatto soggettivo di
ciò che si sta vivendo.
All’interno di questa cornice, derealizzazione e depersonalizzazione possono essere lette come
modalità attraverso cui l’organismo modula il proprio livello di presenza. Non si tratta quindi di un
fenomeno casuale o privo di senso, ma di una risposta che ha una logica, anche se può risultare
destabilizzante quando emerge al di fuori di contesti estremi o quando si prolunga nel tempo.
Un altro aspetto centrale riguarda il modo in cui queste esperienze vengono interpretate. Nella
maggior parte dei casi, ciò che le rende particolarmente difficili da gestire non è solo la sensazione
in sé, ma il significato che le viene attribuito. Quando la persona non ha strumenti per
comprendere ciò che sta accadendo, è facile che la derealizzazione venga letta come un segnale
di pericolo imminente, attivando pensieri come “sto perdendo il controllo” o “mi sta succedendo
qualcosa di grave”. Questo tipo di lettura aumenta ulteriormente l’attivazione interna e favorisce
l’instaurarsi di un circolo in cui la sensazione e la paura si alimentano reciprocamente.
Si attiva così una forma di monitoraggio continuo del proprio stato interno: ci si osserva, si controlla
la qualità della percezione, si cercano conferme del fatto di essere “tornati normali”. Questo
atteggiamento, comprensibile sul piano soggettivo, mantiene però l’organismo in una condizione di
vigilanza che rende più difficile il ritorno a uno stato di presenza più stabile.
Il lavoro terapeutico, in questi casi, si sviluppa generalmente su due livelli complementari. Da una
parte è necessario intervenire sulla regolazione dell’attivazione, aiutando l’organismo a rientrare in
una condizione più tollerabile attraverso il recupero del contatto con il corpo, il respiro e l’ambiente.
Dall’altra è fondamentale lavorare sul significato attribuito all’esperienza, perché è proprio questo a
determinare in larga parte il modo in cui viene vissuta e mantenuta nel tempo.
Quando la derealizzazione viene progressivamente compresa come una variazione temporanea
dello stato di presenza, e non come un segnale di disorganizzazione o perdita di controllo, cambia
il modo in cui la persona si pone nei suoi confronti. La sensazione può continuare a comparire, ma
perde progressivamente il suo carattere minaccioso, e questo rende possibile attraversarla con
una maggiore stabilità.
In questo senso, più che essere eliminata direttamente, la derealizzazione tende a ridursi come
effetto di un cambiamento più ampio nel modo in cui l’organismo regola l’attivazione e nel modo in
cui la persona interpreta la propria esperienza interna.

Bibliografia
American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders
(5th ed.). Washington, DC.
Lanius, R. A., Paulsen, S. L., & Corrigan, F. M. (2014). Neurobiology and Treatment of Traumatic
Dissociation: Toward an Embodied Self. New York: Springer.
Spiegel, D., Loewenstein, R. J., Lewis-Fernández, R., Sar, V., Simeon, D., Vermetten, E., Cardeña,
E., & Dell, P. F. (2011). Dissociative disorders in DSM-5. Depression and Anxiety, 28(9), 824–852.
Van der Kolk, B. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of
Trauma. New York: Viking.

psicologi in ascolto

articolo di Barbara Cenciotti

 

Il fenomeno dello stalking, o Sindrome delle Molestie Assillanti, è oggi un fenomeno che risulta drammaticamente attuale. Esso si concretizza in una serie di comportamenti ripetuti di controllo, sorveglianza e di ricerca costante e intrusiva di contatto da parte di un individuo nei confronti di un altro, contro la sua volontà.

Rappresenta quindi una vera e propria forma di violenza psicologica, in cui lo stalker non riesce a tollerare la frustrazione e la sofferenza relativa al rifiuto, all’abbandono, o al disinteresse da parte dell’altro, e mette in atto una serie di condotte patologiche per costringerlo vicino a sé.

Il termine stalking ha origine dal verbo “to stalk”, che significa letteralmente “pedinare, perseguitare”, e viene mutuato dal gergo tipico dei cacciatori, dove per “stalker” si intendono i cacciatori, che inseguono furtivamente le loro prede.

Il termine venne utilizzato per la prima volta negli anni ’90 negli Stati Uniti dai mass media per indicare le condotte persecutorie rivolte alle celebrità e a vips, per poi venire molto velocemente accolto nel linguaggio parlato, e generalizzato ad indicare tutti quei comportamenti ripetuti intrusivi di controllo e sorveglianza, pedinamento, ricerca di contatto, molestia e attenzioni indesiderate in tutte le sue varie forme, divenendo così un termine volto ad indicare una categoria di persone e comportamenti.

Nella società attuale si assiste sempre più frequentemente a quello che viene chiamato cyberstalking, ossia quel fenomeno che indica molestie e intrusioni continue tipiche dello stalking ma realizzate in internet, in particolar modo sui social network, o in piattaforme dove solitamente le persone comunicano tra loro, si “incontrano”, conversano. Questo tipo di molestia, si concretizza con invio continuo e ossessivo di messaggi, invio di messaggi o video compromettenti per la persona che li riceve, tutti comportamenti che possono avere conseguenze psicologiche profonde e porre l’individuo in uno stato di ansia e di allerta, condizione per la quale il cyberstalking è ugualmente penalmente punito.

Lo stalking viene criminalizzato per la prima volta in Italia solo e soltanto a partire dal 2009, adottando la terminologia di reato di “atti persecutori” (decreto legge del 23 Febbraio 2009, tradotto nella legge n. 38 il 23 Aprile 2009, che stato la base per l’inserimento nel codice penale come Articolo 612 bis).

L’articolo 612 bis sancisce che la condotta può essere messa in atto da chiunque, e che dunque si tratta di un reato comune, il cui il soggetto attivo può essere un qualsiasi individuo dotato di capacità penale. Per la legge, le condotte persecutorie devono provocare un perdurante e grave stato di ansia o di paura e la persona deve provare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, per cui il giudice deve accertarsi che le condotte persecutorie siano tali da generare, nella persona offesa, tali sentimenti di paura e apprensione, e che tali sentimenti siano direttamente riconducibili alle condotte incriminate.

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Prima di intraprendere una vera e propria azione legale, la persona vittima di atti persecutori può rivolgersi alle autorità, con conseguente possibilità da parte delle autorità competenti di ammonire e dissuadere la persona che agisce le molestie, dando modo al molestatore di poter prendere consapevolezza dell’impatto dei propri agiti, e interromperli.

 

All’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V)  lo stalking non è classificato come un disturbo mentale, tanto è che in psicologia si parla di “sindrome” delle molestie assillanti e non di “disturbo”, ma è spesso associato a  discontrollo degli impulsi, disturbi di personalità, disturbo ossessivo-compulsivo, altre condizioni di salute mentale e difficoltà nella gestione delle relazioni interpersonali.

Proprio in riferimento alle relazioni interpersonali un autore particolarmente famoso in psicologia, Jhon Bowlby, parla di Teoria dell’Attaccamento definendo la relazione di attaccamento come una relazione precoce costruita dal bambino con una specifica figura di riferimento, solitamente la madre, avente sia una funzione biologica, di protezione dai pericoli, che una funzione psicologica, garantisce cioè una sensazione di sicurezza e benessere. Ciò implica da parte del bambino la ricerca costante di una prossimità fisica, in assenza della quale egli protesta per la separazione, e prova ansia e sentimenti di angoscia.

A partire dall’esperienza di attaccamento Bowlby teorizzò che intorno ai 18 mesi i bambini fossero in grado di strutturare mentalmente, nel corso dell’interazione con l’ambiente il bambino, dei Modelli Operativi Interni, ossia degli schemi con il quale percepire gli eventi, tentare di prevedere le conseguenze di alcuni comportamenti, costruendo così le proprie relazioni.

Per la formazione di questi Modelli Operativi interni indispensabili sono le interazioni tra caregiver e bambino e la qualità della relazione che si configura tra loro.

Fatta questa premessa, considerando come il sistema di attaccamento sia qualcosa di relativamente duraturo nel tempo e stabile che influenza le relazioni successive, in particolar modo le relazioni che un individuo instaura con il proprio partner sentimentale, molti studi si sono soffermati sulla possibilità che “attaccamenti insicuri” danneggino le abilità individuali di gestione delle relazioni in età adulta, con una conseguente propensione a mettere in atto dei comportamenti disfunzionali e di discontrollo in relazione alla persona amata.

Considerato il fatto che la capacità di avvicinarsi agli altri con fiducia e con sicurezza dipende proprio dal fatto di avere avuto esperienze relazionali positive e rispecchianti, nelle prime fasi di vita, con la propria figura di attaccamento, non risulta difficile poter operare una lettura della Sindrome delle Molestie Assillanti all’interno della cornice della Teoria dell’Attaccamento, e analizzare il fenomeno all’interno della dimensione relazionale, in cui proprio “gli schemi relazionali” dello stalker – intese proprio come le primissime esperienze relazionali – si attivano dando vita ad una dinamica relazionale di stampo persecutorio e maltrattante.

È importante sottolineare come aver avuto un “attaccamento insicuro” non causi direttamente una disfunzionalità nelle relazioni nell’età adulta, dal momento che i pattern di attaccamento sono in continua evoluzione e modifica, ma costituisce comunque un importante fattore di rischio nel complesso gioco di intrecci tra tanti altri fattori di rischio e altrettanti fattori protettivi.

È proprio in virtù del fatto che non esiste alcuna causalità diretta che, in un’ottica preventiva, è importante poter promuovere una buona educazione all’affettività all’interno di tutte le diverse agenzie educative in cui il bambino è inserito (la famiglia, la scuola, i contesti ludico-ricreativi), in cui egli possa imparare a vivere intensamente e in maniera profonda stati emotivi e affettivi senza farsene sopraffare, sapendo riconoscere e accogliere le proprie emozioni per poter poi riconoscere ed accogliere quelle dell’altro.

A livello psicoterapeutico, è importante offrire alle vittime di stalking uno spazio in cui poter essere accolte nel tentativo di ristabilire un equilibrio psichico e riprendere in mano la loro vita, uscendo così dal circolo di terrore e paura che le condotte persecutorie hanno in loro generato.

Per quanto riguarda invece il trattamento di persone che agiscono comportamenti persecutori e di molestia, in ambito clinico al terapeuta spetta il compito proprio di lavorare sugli schemi relazionali del paziente, ponendosi come base sicura da cui poter partire per esplorare il mondo interno del paziente, i temi più controversi e, talvolta, traumatici anche delle loro relazioni di attaccamento primarie.

 

gokhan duman photo

 

articolo di Marica Martorana

Uno sguardo sistemico sul disagio

A volte in una famiglia c’è qualcuno che “sta male”.
Un adolescente che si chiude in camera.
Un bambino che diventa improvvisamente oppositivo.
Un adulto che sviluppa un’ansia che sembra arrivare dal nulla.

Spesso lo sguardo si concentra su quella persona: cosa non funziona? Qual è il problema? Come possiamo “aggiustarlo”?

La prospettiva sistemico-relazionale propone una domanda diversa, più ampia e forse meno immediata: cosa sta cercando di comunicare questo sintomo all’interno delle relazioni?

Il sintomo come linguaggio

In ottica sistemica, il sintomo non è soltanto un insieme di comportamenti o manifestazioni emotive. È anche un messaggio. Un tentativo, talvolta inconsapevole, di ristabilire un equilibrio quando qualcosa nel sistema familiare è in tensione.

Le famiglie, come tutti i sistemi viventi, tendono a mantenere una propria stabilità. Quando attraversano cambiamenti importanti — un lutto, una separazione, un trasferimento, una fase evolutiva delicata come l’adolescenza — possono emergere nuove dinamiche. A volte il disagio si concentra su un membro che diventa il “portavoce” di una fatica più ampia.

Non si tratta di cercare colpe, ma di riconoscere connessioni.

Il ragazzo che somatizza potrebbe stare esprimendo un clima di conflitto non detto.
Il bambino che “fa i capricci” potrebbe reagire a una tensione silenziosa tra i genitori.
Il partner che si ritira emotivamente potrebbe segnalare un disequilibrio nella relazione.

Il sintomo, in questa prospettiva, è una forma di comunicazione relazionale.

 

 

Dal “chi ha il problema?” al “cosa sta succedendo tra noi?”

Questo cambio di sguardo è profondo.
Spostarsi dall’individuo isolato al campo relazionale significa passare dalla logica della riparazione alla logica della comprensione.

La terapia sistemica non si limita a lavorare sulla persona che manifesta il disagio, ma esplora le interazioni, i ruoli impliciti, le alleanze, le aspettative non espresse. Ogni comportamento prende significato dentro una rete di relazioni.

Autori come Gregory Bateson hanno sottolineato come la mente non sia confinata nel cervello individuale, ma emerga dalle relazioni e dagli scambi comunicativi. In questa cornice, il sintomo non è un errore del sistema, ma un segnale che qualcosa sta chiedendo di essere riorganizzato.

Il rischio dell’etichetta

In un’epoca in cui le diagnosi circolano rapidamente anche sui social, può essere rassicurante trovare un nome per ciò che accade. Le etichette, se usate con rigore clinico, hanno una loro funzione. Tuttavia, quando diventano l’unica lente di lettura, rischiano di irrigidire la narrazione: la persona finisce per coincidere con il suo sintomo.

La prospettiva sistemica invita invece a mantenere uno spazio di complessità. Un adolescente non è “la sua ansia”. Un bambino non è “il suo disturbo”. Una coppia non è “la sua crisi”. Sono sistemi in movimento, attraversati da passaggi evolutivi che possono essere accompagnati e trasformati.

Il sintomo come opportunità di cambiamento

Può sembrare paradossale, ma spesso il momento di maggiore difficoltà coincide con un’opportunità di crescita.

Quando una famiglia riesce a interrogarsi su ciò che sta accadendo, quando si apre uno spazio di ascolto reciproco, il sintomo può perdere la sua funzione iniziale. Non perché venga negato o minimizzato, ma perché il sistema trova modalità più dirette e consapevoli di esprimere bisogni e tensioni.

Il lavoro psicologico, in questa prospettiva, non consiste nel “eliminare” il sintomo a ogni costo, ma nel comprendere quale equilibrio stesse cercando di proteggere e quali nuove possibilità possano emergere.

Una responsabilità condivisa

Guardare al disagio in modo sistemico significa assumersi una responsabilità condivisa.
Non colpa, ma partecipazione.

Significa riconoscere che ogni relazione influisce sulle altre e che il cambiamento di uno può generare movimenti nell’intero sistema. Significa anche offrire agli adolescenti e agli adulti uno sguardo meno giudicante su di sé: ciò che viviamo non nasce nel vuoto, ma dentro storie, legami e contesti.

Quando il sintomo viene ascoltato come messaggio, smette di essere solo un problema da eliminare e diventa una porta di accesso alla comprensione.

E forse la domanda più utile non è più:
“Chi deve cambiare?”

Ma:
“Cosa possiamo trasformare insieme?”

 

Principali riferimenti:

Bateson, G. (1972). Verso un’ecologia della mente.

Minuchin, S. (1974). Famiglie e terapia della famiglia.
Watzlawick, P., Beavin, J., & Jackson, D. (1967). Pragmatica della comunicazione umana.
Cancrini, L. (2013). La cura delle infanzie infelici.

articolo di Irene Spiganti

Cosa siamo quando non siamo dovunque.

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”
(Fabrizio De André)

Sempre più spesso incontriamo parole e formule nuove per dare voce a vissuti interni. Usiamo
un’altra lingua per avvicinare e condividere quello che sentiamo, ma se questo non facesse altro che
allontanarci, dal sentire autentico? Manifesting, Chill, Cringe, FOMO…
In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione, il nostro vocabolario emotivo sembra averne
risentito: l’uso dell’inglese risponde a un bisogno di sintesi e immediatezza, ma funge spesso anche
da schermo. Dare un nome straniero a un disagio permette di oggettivarlo, creando un
distanziamento emotivo che ci fa sentire meno vulnerabili, silenziandone la complessità.

La FOMO (Fear of Missing Out) può essere invece più complessa: sembra essere l’affanno di chi
teme costantemente di restare fuori un tentativo moderno di riempire un vuoto antico, spesso con
stimoli digitali. L’ambiente digitale è sicuramente terreno fertile per l’amplificazione di questa
angoscia: ci illude di poter – e dover – essere ovunque, consumando ogni esperienza possibile per
mettere a tacere l’ansia. Questa paura di essere fuori sembra parlare però non del desiderio di
partecipare, ma del timore profondo di non esistere, se non siamo lì.
La FOMO sembra allora agire per riempire questo senso di vuoto, un’anestesia attraverso il fare. Il
monitoraggio compulsivo dei social, lo scrolling, non è semplice curiosità, ma un tentativo di
sentirsi parte di qualcosa. La disconnessione non viene vissuta come mancanza di svago, ma come
una minaccia alla propria integrità.
Allora forse la salute psichica passa per la capacità di tollerare di perdersi qualcosa, accettare che
non possiamo essere in ogni luogo, né fare ogni cosa. Scegliere un’esperienza significa
inevitabilmente rinunciare a tutte le altre.

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott parlava della capacità di esse soli;, abitare il proprio
spazio interiore sentendo la propria esistenza come reale e solida (anche quando non accade nulla di che potremmo aggiungere). Essa si sviluppa nelle relazioni primarie delle prime fasi di
vita, attraverso la presenza dell’altro “preoccupato” che contribuisce alla costruzione di un ambiente
protettivo, così che il bambino raggiunga la fase dell’“Io sono”, base per il senso di continuità
dell’essere.

Se questo non è successo, l’individuo può sperimentare la solitudine come sentimento doloroso, con
intensi vissuti d’isolamento e abbandono, piuttosto che come potenziale momento di creatività.
Abbiamo forse paura di posare il telefono perché, nel silenzio della disconnessione, potremmo
trovarci faccia a faccia con quella antica sensazione di vuoto?

Fabrizio De André in Khorakhané scrive “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Prenderei in
prestito le parole del grande cantautore per avvicinare il concetto che la FOMO ci spinge a
viaggiare – e a postare – per colmare un vuoto o per paura di sparire, mentre lui ci invita a tornare al
valore dell’esperienza pura, fine a sé stessa, liberata dall’obbligo di essere vista o confermata dagli
altri, accettando che quel viaggio abbia un inizio, una fine e dei confini.
“Mi sono visto di spalle che partivo”, recita sempre De André in Anime Salve, rappresentando
un individuo che smette di guardare gli altri per iniziare a guardare sé stesso. Sembra voler illustrare
la ricerca del Vero Sé che, per essere trovato, ha bisogno di separarsi dalla massa: essere un’Anima
Salva richiede forse il sacrificio dell’onnipotenza in favore di una realtà limitata, ma autentica?
Quando accettiamo di non poter essere ovunque, iniziamo forse finalmente a essere da qualche
parte?

Winnicott D.W.(1958), The Capacity to be Alone, Int. J. Psycho-Anal., 39. Tr. it. in “Sviluppo
affettivo e ambiente” Armando Editore, Roma, 1970
De André, F. (1996). Anime salve. In Anime salve. BMG Ricordi
De André, F. (1996). Khorakhané (A forza di essere vento). In Anime salve. BMG Ricordi.

immagine da barnimages

articolo di Benino Argentieri

Una sola salute: ONE HEALTH.

Immaginiamo per un attimo di camminare in un bosco al tramonto. Il fruscio delle foglie, il canto degli uccelli, l’odore della terra umida. Questo non è solo un momento di relax: èun’esperienza che coinvolge profondamente il nostro organismo e la nostra psiche.

In quel momento, senza rendercene conto, siamo immersi in un equilibrio ancestrale tra natura e salute. Ed è proprio questo equilibrio che il concetto di One Health cerca di spiegare.
“One Health” significa letteralmente “Una sola salute”. È un approccio scientifico e culturale che riconosce l’interconnessione tra la salute umana, quella animale e quella degli ecosistemi. In un mondo sempre più globalizzato, dove un virus può attraversare oceani in poche ore e dove la distruzione degli habitat naturali porta animali e esseri umani a vivere a contatto più stretto, diventa fondamentale guardare alla salute con una prospettiva sistemica, globale.


Ma cosa significa “guardare alla salute in modo sistemico”?

Qui entra in gioco la terapia sistemica, un modello psicoterapeutico che non si concentra solo sul singolo individuo, ma sull’intero sistema in cui vive: la famiglia, le relazioni, il contesto sociale e culturale. La salute, in questo approccio, non è una condizione statica ma un processo che coinvolge dinamiche complesse, in continua evoluzione.
Traslando questa visione al concetto di One Health, possiamo immaginare il pianeta come un grande sistema vivente: un insieme di relazioni tra animali umani e non umani, piante e ambienti naturali.

Quando una parte di questo sistema si ammala — pensiamo, ad esempio, al disboscamento massiccio o all’inquinamento delle acque — l’intero equilibrio si spezza, e anche la salute umana ne risente.

In questo scenario si inserisce un’altra pratica affascinante: l’ecoterapia.

Si tratta di uninsieme di approcci terapeutici che prevedono il contatto diretto con l’ambiente naturale come elemento curativo. Sempre più studi confermano che l’esposizione regolare agli ambienti naturali può ridurre i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), aumentare quelli di serotonina (l’ormone della felicità), rafforzare il sistema immunitario, migliorare l’umore e
promuovere una maggiore consapevolezza di sé e del proprio legame con il resto
dell’ecosistema.

Il “bagno di foresta”, in Giappone riconosciuto come pratica medica ufficiale, camminare nei boschi focalizzando l’attenzione sulle sensazioni, coltivare un orto, interagire con gli animali: queste sono solamente alcune delle attività di ecoterapia che migliorano il benessere.

Non solo scientifico e sanitario: One Health è anche un approccio profondamente politico. Significa, infatti, cooperazione concreta tra settori che spesso operano separatamente: medicina umana, veterinaria, agricoltura, tutela ambientale e gestione delle risorse naturali. In pratica, richiede che governi, istituzioni sanitarie, organizzazioni internazionali e comunità locali lavorino insieme, con una visione integrata, a lungo termine e non emergenziale, per affrontare sfide comuni come le pandemie, l’antibiotico-resistenza, la sicurezza alimentare e i cambiamenti climatici.

jack panksepp


Anche per noi psicologi One Health rappresenta una straordinaria opportunità per ampliare lo sguardo clinico e sociale. I servizi psicologici, oggi più che mai, hanno bisogno di superare un approccio individualistico e settoriale, per abbracciare una visione ecologica della cura. Ciò significa considerare come l’ambiente in cui viviamo — urbano o naturale —influenza profondamente la nostra psiche, così come le crisi climatiche, le pandemie o la perdita della biodiversità possono generare disagio psicologico diffuso, come l’ecoansia o il trauma collettivo.

Come facilitatore del cambiamento, lo psicologo promuove la consapevolezza dell’interconnessione tra la nostra salute, quella degli altri esseri umani e quella del resto dell’ecosistema. A livello politico e sociale, contribuisce a diffondere la cultura della cura
sistemica partecipando a tavoli interdisciplinari e collaborando con professionisti di altri ambiti (medici, veterinari, urbanisti, ecc.) per progettare interventi di prevenzione e promozione della salute integrati.
Dunque, One Health non è solo un modello scientifico: è una filosofia, una visione del mondo che ci invita a ripensare il nostro rapporto con la natura e con gli altri esseri viventi.

One Health è anche un dovuto atto di responsabilità verso le generazioni future.

consulenza psicologica gratuita

Riferimenti principali:
World Health Organization (WHO) – One Health
Capra, F. (1996). The Web of Life. Anchor Books.
Bateson, G. (1972). Steps to an Ecology of Mind. Chandler Publishing Company.
Buzzell, L., & Chalquist, C. (Eds.). (2009). Ecotherapy: Healing with Nature in Mind. Sierra
Club Books.
Isham A. & al. (2025). Green healing: Ecotherapy as a transformative

psiconcologia
servizio di consulenza ed intervento psicologico gratuito ed aperto a tutti