articolo di Sara Mascioli

Perché continuiamo a fare ciò che sappiamo farci male? È una domanda che, se ci pensiamo, riguarda molto più delle dipendenze nel senso abituale del termine. Riguarda quelle volte in cui torniamo verso una relazione che ci ha ferito, quelle in cui cerchiamo compulsivamente l’approvazione di qualcuno, quelle in cui lavoriamo fino a non avere più spazio per noi stessi, o quelle in cui il nostro corpo diventa qualcosa da controllare, correggere, esibire. E riguarda, naturalmente, chi non riesce a smettere di usare una sostanza anche quando ne conosce perfettamente le conseguenze. Freud aveva incontrato questa contraddizione già nel 1920, quando, ne Al di là del principio di piacere, si interrogava sulla coazione a ripetere: perché il soggetto torna verso ciò che non gli procura piacere, perché qualcosa insiste nel riproporsi anche quando la coscienza sembra averne già riconosciuto la sofferenza? C’è qualcosa, nella vita psichica, che non si lascia
ricondurre così facilmente alla logica del “so che mi fa male, quindi smetto”. Non tutto ciò che una persona ripete è ciò che desidera consapevolmente e forse, proprio in quella distanza, si apre una parte del mistero delle dipendenze. La serie televisiva Euphoria, creata da Sam Levinson e uscita nel 2019, rende questa contraddizione particolarmente visibile attraverso due personaggi molto diversi. Rue Bennett, interpretata da Zendaya, vive una dipendenza da sostanze che attraversa la sua storia insieme al lutto, alla solitudine, alla difficoltà di stare dentro alcuni stati affettivi senza
esserne travolta; Cassie Howard, interpretata da Sydney Sweeney, porta invece fin dalle prime puntate una fragilità legata al bisogno di essere desiderata, alla propria immagine e
al riconoscimento che sembra arrivarle soprattutto attraverso lo sguardo dell’altro.
Quando, nella seconda stagione, la relazione con Nate Jacobs prende il centro della sua vita, diventa difficile non chiedersi se Cassie stia cercando soltanto Nate o, piuttosto, quella particolare versione di sé che riesce a sentire quando è desiderata da lui. Sono due storie diverse e non sarebbe corretto sovrapporle sul piano clinico; possono però accompagnarci dentro la stessa domanda: che cosa può diventare un oggetto, quando gli affidiamo qualcosa che riguarda il nostro equilibrio psichico?
Forse una sostanza, in quel momento, non è soltanto una sostanza. Potrebbe essere un modo per allontanare un dolore, per rendere più abitabile un'angoscia, per interrompere il
rumore di pensieri e affetti che sembrano non avere un posto dove andare; una persona, allo stesso modo, potrebbe non essere soltanto una persona, ma il luogo nel quale finalmente sentirsi scelti, amabili, esistenti. È questo che rende così difficile guardare la dipendenza dall’esterno: ciò che vediamo come distruttivo può essere vissuto, contemporaneamente, come una forma di sollievo. Non perché il soggetto non si accorga del danno, ma perché quel danno può essere intrecciato a qualcosa che, per un’altra via, gli consente di stare in piedi.

Philip Flores, nel suo lavoro Addiction as an Attachment Disorder (2004), formula questa prospettiva in maniera particolarmente radicale: le sostanze possono arrivare a “sostituire” connessioni e soluzioni umane, soprattutto quando la persona è vulnerabile sul piano dell’attaccamento e della regolazione affettiva. La parola sostituzione, qui, merita forse di
essere lasciata un poco in sospeso… perché che cosa significa, davvero, sostituire una relazione?

Significa cercare nell’oggetto qualcosa che nella relazione umana è stato difficile trovare, oppure qualcosa che nella relazione umana è stato perduto? E se la sostanza diventa un oggetto tanto potente, non potrebbe essere anche perché, diversamente da una persona, non chiede reciprocità, non si sottrae, non desidera qualcosa di diverso da ciò che desideriamo noi?
Rue sembra abitare proprio questa ambivalenza. La droga le fa male, ma è anche lì quando il dolore diventa troppo vicino; la tradisce e insieme la rassicura, la allontana da se stessa e nello stesso tempo le permette, almeno temporaneamente, di sopportarsi.
Khantzian, nella sua self-medication hypothesis (1997), aveva già proposto di considerare l’uso delle sostanze anche come un tentativo di modulare stati affettivi difficili da tollerare.
Non sarebbe allora sufficiente sottrarre l’oggetto. Resterebbe da incontrare ciò che, attraverso quell’oggetto, veniva tenuto a distanza.
Con Cassie, invece, l’oggetto è un essere umano e proprio per questo la questione diventa più delicata. Abbiamo bisogno degli altri; il desiderio di essere amati, scelti, riconosciuti non è qualcosa da cui dovremmo liberarci. È parte della nostra costituzione.
Cassie sembra lentamente smarrire la differenza fra essere amata e sentirsi esistere attraverso l’amore dell’altro; la sua sofferenza non sembra nascere semplicemente dal fatto che Nate non sia una persona capace di offrirle una relazione sicura, ma anche dal fatto che il suo desiderio finisce per assumere, dentro di lei, un valore quasi assoluto.
La cosiddetta dipendenza affettiva — o dipendenza amorosa, come potremmo tradurre
l’espressione inglese love addiction — non possiede lo stesso statuto diagnostico di una dipendenza da sostanze e il costrutto rimane discusso. Ma una revisione sistematica con meta-analisi pubblicata da Cavalli, Feeney, Rogier e Velotti nel 2025 ha rilevato un’associazione significativa tra dipendenza amorosa e attaccamento ansioso,
sostenendo l’importanza di considerare la dimensione relazionale del fenomeno.

È interessante proprio perché ci riporta lontano dall’idea di un semplice “troppo amore”.
Forse ciò che diventa compulsivo non è l’amore, ma la ricerca incessante di quella particolare esperienza di sé che soltanto la presenza dell’altro sembra rendere possibile.
Abbiamo tutti bisogno dell’altro. Questa non è la patologia. Veniamo al mondo in una condizione di dipendenza e continuiamo, per tutta la vita, a essere profondamente influenzati dai legami che costruiamo. Bowlby (1988) ha mostrato quanto la sicurezza del legame partecipi alla costruzione del senso di sé e alla possibilità di affrontare separazioni e perdite; Winnicott (1971) ha scritto della capacità di stare soli come di una conquista che nasce, paradossalmente, dall’esperienza di poter essere soli in presenza dell’altro. Non si tratterebbe quindi di diventare persone che non hanno bisogno di nessuno, ma della possibilità di non trovare tutto il proprio senso di esistenza in un unico oggetto.
È una differenza sottile, ma forse decisiva. Posso amarti senza che tu debba continuamente confermarmi che sono amabile; posso desiderarti senza che la tua presenza sia l’unica cosa capace di placare la mia angoscia; posso soffrire la tua assenza senza che l’assenza significhi, per me, scomparire.
Ed è qui che il tema delle dipendenze sembra incontrare qualcosa di molto contemporaneo. Viviamo immersi nello sguardo: il corpo, il lavoro, la relazione, il successo, la felicità vengono mostrati, confrontati, valutati. L’apparenza non è più soltanto ciò che mostriamo agli altri; può diventare lentamente il modo attraverso il quale impariamo a misurare noi stessi. Quanto è diverso, allora, essere visti dall’essere conosciuti? Quanto spazio c’è per una relazione nella quale non sia necessario apparire continuamente desiderabili, competenti, felici, performanti?
Una relazione reale non garantisce nulla di tutto questo. L’altro può fraintenderci, deluderci, allontanarsi; può amarci e contemporaneamente non darci ciò che vorremmo. È
proprio questa sua alterità a renderlo diverso da un oggetto che possiamo utilizzare per ottenere uno stato interno. Una sostanza risponde rapidamente; un’immagine può essere controllata; una prestazione può restituire un risultato. L’altro, invece, eccede sempre un poco il nostro desiderio. E forse è proprio questa eccedenza, così frustrante e così vitale, che permette a una relazione di essere una relazione.
In questo senso Euphoria è una narrazione particolarmente interessante perché mette in scena personaggi che sembrano continuamente cercare un luogo nel desiderio e nello sguardo degli altri. La sua estetica rende persino seducenti alcune delle esperienze che racconta, e forse proprio questa ambivalenza può essere utile: non ci consegna una morale, ma ci permette di osservare quanto siano sottili i confini fra desiderio, bisogno, ricerca di appartenenza e perdita di sé.
Off Campus, serie televisiva del 2026 tratta dai romanzi di Elle Kennedy, può offrire un controcampo interessante. Anche qui il centro è occupato dalle relazioni sentimentali, ma la dimensione amorosa si muove dentro una rete più ampia di amicizie, appartenenze e legami; non sarebbe interessante prenderla come rappresentazione di un modello ideale, quanto piuttosto osservare cosa cambia quando l’altro amato non è l’unico luogo nel quale una persona può sentirsi riconosciuta. Forse una relazione può respirare proprio quando non deve contenere tutto: quando esiste una pluralità di legami, quando l’amore non è chiamato a colmare ogni vuoto, quando una separazione può fare male senza trasformarsi necessariamente in una perdita totale di sé.
Ed è forse questo il punto nel quale la prospettiva relazionale diventa più vicina alla clinica.
Ciò che una persona ha imparato a fare con l’altro, e ciò che ha imparato a fare quando l’altro manca, tende a riapparire nei legami significativi. Anche nella stanza di terapia
possono comparire il bisogno di essere rassicurati, la paura di essere dimenticati, la rabbia per una distanza, la sensazione che una presenza non sia mai abbastanza. Non si tratterebbe di correggere immediatamente questi movimenti, ma di poterli incontrare mentre accadono, dentro una relazione che possa contenerli senza cancellarli.
È forse questo che rende la psicoterapia diversa dal semplice tentativo di eliminare un comportamento: il sintomo può lentamente smettere di essere soltanto qualcosa che accade alla persona e diventare qualcosa che può essere pensato insieme. Quello che non aveva trovato parole poteva essere agito; quello che non poteva essere tollerato poteva essere anestetizzato; quello che non poteva essere perduto poteva essere inseguito ancora e ancora.
E qui la coazione a ripetere torna a farsi sentire, non come una spiegazione conclusiva, ma come una domanda che rimane aperta: che cosa cerca il soggetto quando torna proprio lì? Forse non cerca la sofferenza; forse cerca qualcosa che, insieme alla sofferenza, è rimasto legato a quel luogo. Un sollievo, una presenza, una forma di riconoscimento, una familiarità persino dolorosa. Talvolta ciò che è familiare può essere più difficile da lasciare di ciò che è semplicemente piacevole, perché nella ripetizione c’è anche una traccia della propria storia.
L’essere umano non sente secondo un ordine prestabilito. Sente, spesso prima di capire; sente anche ciò che non vorrebbe sentire, e può arrivare a costruire intorno a quel sentire interi modi di vivere. Una dipendenza potrebbe allora essere ascoltata anche come una forma che il dolore ha trovato per diventare esperienza: non la sua unica forma, non necessariamente la più comprensibile, e certamente non una forma innocua, ma quella che, in quel particolare momento della storia di quella persona, è diventata possibile.
Forse per questo non basterebbe chiedere perché una persona continui a scegliere qualcosa che le fa male. Potremmo chiederci che cosa quella scelta custodisca, quale
assenza renda meno insopportabile, quale presenza riesca ancora a evocare. E forse, nella relazione terapeutica, il cambiamento comincia proprio quando ciò che prima poteva
esistere soltanto attraverso un oggetto, una sostanza o un comportamento può trovare un’altra forma di esistenza: condivisa, pensabile, viva.

 

Bibliografia
Cavalli, R. G., Feeney, J. A., Rogier, G., & Velotti, P. (2025). Conceptualizing love addiction
within the attachment perspective: A systematic review and meta-analysis. Journal of
Behavioral Addictions, 14(2), 611–629. https://doi.org/10.1556/2006.2025.00031
Flores, P. J. (2004). Addiction as an attachment disorder. Jason Aronson.
Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere. In Opere di Sigmund Freud (Vol. 9).
Bollati Boringhieri.
Khantzian, E. J. (1997). The self-medication hypothesis of substance use disorders: A
reconsideration and recent applications. Harvard Review of Psychiatry, 4(5), 231–244.
https://doi.org/10.3109/10673229709030550
Winnicott, D. W. (1971). Gioco e realtà. Armando.
Bowlby, J. (1988). A secure base: Parent-child attachment and healthy human
development. Routledge.
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