psicologi in ascolto

articolo di Barbara Cenciotti

 

Il fenomeno dello stalking, o Sindrome delle Molestie Assillanti, è oggi un fenomeno che risulta drammaticamente attuale. Esso si concretizza in una serie di comportamenti ripetuti di controllo, sorveglianza e di ricerca costante e intrusiva di contatto da parte di un individuo nei confronti di un altro, contro la sua volontà.

Rappresenta quindi una vera e propria forma di violenza psicologica, in cui lo stalker non riesce a tollerare la frustrazione e la sofferenza relativa al rifiuto, all’abbandono, o al disinteresse da parte dell’altro, e mette in atto una serie di condotte patologiche per costringerlo vicino a sé.

Il termine stalking ha origine dal verbo “to stalk”, che significa letteralmente “pedinare, perseguitare”, e viene mutuato dal gergo tipico dei cacciatori, dove per “stalker” si intendono i cacciatori, che inseguono furtivamente le loro prede.

Il termine venne utilizzato per la prima volta negli anni ’90 negli Stati Uniti dai mass media per indicare le condotte persecutorie rivolte alle celebrità e a vips, per poi venire molto velocemente accolto nel linguaggio parlato, e generalizzato ad indicare tutti quei comportamenti ripetuti intrusivi di controllo e sorveglianza, pedinamento, ricerca di contatto, molestia e attenzioni indesiderate in tutte le sue varie forme, divenendo così un termine volto ad indicare una categoria di persone e comportamenti.

Nella società attuale si assiste sempre più frequentemente a quello che viene chiamato cyberstalking, ossia quel fenomeno che indica molestie e intrusioni continue tipiche dello stalking ma realizzate in internet, in particolar modo sui social network, o in piattaforme dove solitamente le persone comunicano tra loro, si “incontrano”, conversano. Questo tipo di molestia, si concretizza con invio continuo e ossessivo di messaggi, invio di messaggi o video compromettenti per la persona che li riceve, tutti comportamenti che possono avere conseguenze psicologiche profonde e porre l’individuo in uno stato di ansia e di allerta, condizione per la quale il cyberstalking è ugualmente penalmente punito.

Lo stalking viene criminalizzato per la prima volta in Italia solo e soltanto a partire dal 2009, adottando la terminologia di reato di “atti persecutori” (decreto legge del 23 Febbraio 2009, tradotto nella legge n. 38 il 23 Aprile 2009, che stato la base per l’inserimento nel codice penale come Articolo 612 bis).

L’articolo 612 bis sancisce che la condotta può essere messa in atto da chiunque, e che dunque si tratta di un reato comune, il cui il soggetto attivo può essere un qualsiasi individuo dotato di capacità penale. Per la legge, le condotte persecutorie devono provocare un perdurante e grave stato di ansia o di paura e la persona deve provare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto, per cui il giudice deve accertarsi che le condotte persecutorie siano tali da generare, nella persona offesa, tali sentimenti di paura e apprensione, e che tali sentimenti siano direttamente riconducibili alle condotte incriminate.

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Prima di intraprendere una vera e propria azione legale, la persona vittima di atti persecutori può rivolgersi alle autorità, con conseguente possibilità da parte delle autorità competenti di ammonire e dissuadere la persona che agisce le molestie, dando modo al molestatore di poter prendere consapevolezza dell’impatto dei propri agiti, e interromperli.

 

All’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V)  lo stalking non è classificato come un disturbo mentale, tanto è che in psicologia si parla di “sindrome” delle molestie assillanti e non di “disturbo”, ma è spesso associato a  discontrollo degli impulsi, disturbi di personalità, disturbo ossessivo-compulsivo, altre condizioni di salute mentale e difficoltà nella gestione delle relazioni interpersonali.

Proprio in riferimento alle relazioni interpersonali un autore particolarmente famoso in psicologia, Jhon Bowlby, parla di Teoria dell’Attaccamento definendo la relazione di attaccamento come una relazione precoce costruita dal bambino con una specifica figura di riferimento, solitamente la madre, avente sia una funzione biologica, di protezione dai pericoli, che una funzione psicologica, garantisce cioè una sensazione di sicurezza e benessere. Ciò implica da parte del bambino la ricerca costante di una prossimità fisica, in assenza della quale egli protesta per la separazione, e prova ansia e sentimenti di angoscia.

A partire dall’esperienza di attaccamento Bowlby teorizzò che intorno ai 18 mesi i bambini fossero in grado di strutturare mentalmente, nel corso dell’interazione con l’ambiente il bambino, dei Modelli Operativi Interni, ossia degli schemi con il quale percepire gli eventi, tentare di prevedere le conseguenze di alcuni comportamenti, costruendo così le proprie relazioni.

Per la formazione di questi Modelli Operativi interni indispensabili sono le interazioni tra caregiver e bambino e la qualità della relazione che si configura tra loro.

Fatta questa premessa, considerando come il sistema di attaccamento sia qualcosa di relativamente duraturo nel tempo e stabile che influenza le relazioni successive, in particolar modo le relazioni che un individuo instaura con il proprio partner sentimentale, molti studi si sono soffermati sulla possibilità che “attaccamenti insicuri” danneggino le abilità individuali di gestione delle relazioni in età adulta, con una conseguente propensione a mettere in atto dei comportamenti disfunzionali e di discontrollo in relazione alla persona amata.

Considerato il fatto che la capacità di avvicinarsi agli altri con fiducia e con sicurezza dipende proprio dal fatto di avere avuto esperienze relazionali positive e rispecchianti, nelle prime fasi di vita, con la propria figura di attaccamento, non risulta difficile poter operare una lettura della Sindrome delle Molestie Assillanti all’interno della cornice della Teoria dell’Attaccamento, e analizzare il fenomeno all’interno della dimensione relazionale, in cui proprio “gli schemi relazionali” dello stalker – intese proprio come le primissime esperienze relazionali – si attivano dando vita ad una dinamica relazionale di stampo persecutorio e maltrattante.

È importante sottolineare come aver avuto un “attaccamento insicuro” non causi direttamente una disfunzionalità nelle relazioni nell’età adulta, dal momento che i pattern di attaccamento sono in continua evoluzione e modifica, ma costituisce comunque un importante fattore di rischio nel complesso gioco di intrecci tra tanti altri fattori di rischio e altrettanti fattori protettivi.

È proprio in virtù del fatto che non esiste alcuna causalità diretta che, in un’ottica preventiva, è importante poter promuovere una buona educazione all’affettività all’interno di tutte le diverse agenzie educative in cui il bambino è inserito (la famiglia, la scuola, i contesti ludico-ricreativi), in cui egli possa imparare a vivere intensamente e in maniera profonda stati emotivi e affettivi senza farsene sopraffare, sapendo riconoscere e accogliere le proprie emozioni per poter poi riconoscere ed accogliere quelle dell’altro.

A livello psicoterapeutico, è importante offrire alle vittime di stalking uno spazio in cui poter essere accolte nel tentativo di ristabilire un equilibrio psichico e riprendere in mano la loro vita, uscendo così dal circolo di terrore e paura che le condotte persecutorie hanno in loro generato.

Per quanto riguarda invece il trattamento di persone che agiscono comportamenti persecutori e di molestia, in ambito clinico al terapeuta spetta il compito proprio di lavorare sugli schemi relazionali del paziente, ponendosi come base sicura da cui poter partire per esplorare il mondo interno del paziente, i temi più controversi e, talvolta, traumatici anche delle loro relazioni di attaccamento primarie.

 

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articolo di Irene Spiganti

Cosa siamo quando non siamo dovunque.

“Per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”
(Fabrizio De André)

Sempre più spesso incontriamo parole e formule nuove per dare voce a vissuti interni. Usiamo
un’altra lingua per avvicinare e condividere quello che sentiamo, ma se questo non facesse altro che
allontanarci, dal sentire autentico? Manifesting, Chill, Cringe, FOMO…
In un’epoca dominata dalla velocità dell’informazione, il nostro vocabolario emotivo sembra averne
risentito: l’uso dell’inglese risponde a un bisogno di sintesi e immediatezza, ma funge spesso anche
da schermo. Dare un nome straniero a un disagio permette di oggettivarlo, creando un
distanziamento emotivo che ci fa sentire meno vulnerabili, silenziandone la complessità.

La FOMO (Fear of Missing Out) può essere invece più complessa: sembra essere l’affanno di chi
teme costantemente di restare fuori un tentativo moderno di riempire un vuoto antico, spesso con
stimoli digitali. L’ambiente digitale è sicuramente terreno fertile per l’amplificazione di questa
angoscia: ci illude di poter – e dover – essere ovunque, consumando ogni esperienza possibile per
mettere a tacere l’ansia. Questa paura di essere fuori sembra parlare però non del desiderio di
partecipare, ma del timore profondo di non esistere, se non siamo lì.
La FOMO sembra allora agire per riempire questo senso di vuoto, un’anestesia attraverso il fare. Il
monitoraggio compulsivo dei social, lo scrolling, non è semplice curiosità, ma un tentativo di
sentirsi parte di qualcosa. La disconnessione non viene vissuta come mancanza di svago, ma come
una minaccia alla propria integrità.
Allora forse la salute psichica passa per la capacità di tollerare di perdersi qualcosa, accettare che
non possiamo essere in ogni luogo, né fare ogni cosa. Scegliere un’esperienza significa
inevitabilmente rinunciare a tutte le altre.

Il pediatra e psicoanalista Donald Winnicott parlava della capacità di esse soli;, abitare il proprio
spazio interiore sentendo la propria esistenza come reale e solida (anche quando non accade nulla di che potremmo aggiungere). Essa si sviluppa nelle relazioni primarie delle prime fasi di
vita, attraverso la presenza dell’altro “preoccupato” che contribuisce alla costruzione di un ambiente
protettivo, così che il bambino raggiunga la fase dell’“Io sono”, base per il senso di continuità
dell’essere.

Se questo non è successo, l’individuo può sperimentare la solitudine come sentimento doloroso, con
intensi vissuti d’isolamento e abbandono, piuttosto che come potenziale momento di creatività.
Abbiamo forse paura di posare il telefono perché, nel silenzio della disconnessione, potremmo
trovarci faccia a faccia con quella antica sensazione di vuoto?

Fabrizio De André in Khorakhané scrive “per la stessa ragione del viaggio, viaggiare”. Prenderei in
prestito le parole del grande cantautore per avvicinare il concetto che la FOMO ci spinge a
viaggiare – e a postare – per colmare un vuoto o per paura di sparire, mentre lui ci invita a tornare al
valore dell’esperienza pura, fine a sé stessa, liberata dall’obbligo di essere vista o confermata dagli
altri, accettando che quel viaggio abbia un inizio, una fine e dei confini.
“Mi sono visto di spalle che partivo”, recita sempre De André in Anime Salve, rappresentando
un individuo che smette di guardare gli altri per iniziare a guardare sé stesso. Sembra voler illustrare
la ricerca del Vero Sé che, per essere trovato, ha bisogno di separarsi dalla massa: essere un’Anima
Salva richiede forse il sacrificio dell’onnipotenza in favore di una realtà limitata, ma autentica?
Quando accettiamo di non poter essere ovunque, iniziamo forse finalmente a essere da qualche
parte?

Winnicott D.W.(1958), The Capacity to be Alone, Int. J. Psycho-Anal., 39. Tr. it. in “Sviluppo
affettivo e ambiente” Armando Editore, Roma, 1970
De André, F. (1996). Anime salve. In Anime salve. BMG Ricordi
De André, F. (1996). Khorakhané (A forza di essere vento). In Anime salve. BMG Ricordi.

immagine da barnimages

articolo di Gianluca Minucci

Cosa sono i pensieri ossessivi?

I pensieri ossessivi sono immagini o idee ricorrenti e persistenti, percepite come intrusive (egodistoniche) e involontarie, che causano forte ansia e interferiscono con la vita quotidiana.
Riguardano spesso paure irrazionali e infondate come, ad esempio, paura di farsi male, di fare del male agli altri, di commettere atti immorali o di avere disturbi mentali e malattie fisiche.
Il comune denominatore di queste paure è il timore costante di non avere il controllo di sé o della propria mente e di poter compiere involontariamente gesti contrari ai propri valori

Ansia e il senso di colpa nascono per ciò che si è pensato, non per ciò che si è fatto.
Le persone ossessive sono spesso molto intelligenti, rigide, perfezioniste e si comportano in maniera ineccepibile nelle situazioni sociali, ma nutrono un profondo terrore della propria aggressività e di commettere errori. La loro tendenza a voler controllare tutto è ciò che li conduce alla totale perdita di controllo.

Qual’è la trappola del controllo?

Le Tentate Soluzioni Disfunzionali  sono attuate dalle persone con tale disagio e divengono una vera e propria Trappola.
In ottica strategica, il problema è mantenuto e amplificato proprio dalle azioni che la persona
compie per cercare di risolverlo. Queste tentate soluzioni disfunzionali consolidano la dinamica ossessiva aggravando l’ansia e il disagio percepito.
Le principali tentate soluzioni sono:

1. Controllo del Pensiero (Repressione Paradossale):

Tentare di non pensare o scacciare una ossessione fa sì che il pensiero torni con più forza (Pensare di non pensare è pensare ancora di più).

2. Richiesta di Rassicurazioni:

Chiedere conferme ad amici/familiari genera una sensazione temporanea di sicurezza, ma a lungo andare rende le paure più e rafforza l’incapacità personale.

3. Evitamento:

Evitare situazioni che potrebbero innescare i pensieri offre un sollievo immediato, ma preclude la verifica della loro infondatezza, creando una spirale crescente di
limitazioni.

4. Compulsioni/Rituali:

Mettere in atto azioni o rituali di pensiero per neutralizzare l’ansia (Disturbo Ossessivo-Compulsivo) offre un apparente controllo, ma rende la persona dipendente dal rituale stesso.

5. Dubitare Ossessivo:

Il continuo rimuginio sulle possibilità alternative cercando una soluzione razionale al dubbio, porta solo a un incremento dell’ossessione.


L’intervento strategico

La Terapia Breve Strategica è un approccio molto efficace nel contrastare i disturbi ossessivi. Si
focalizza sul rompere il meccanismo disfunzionale che genera "il controllo che fa perdere il
controllo.
L’obiettivo è quello di ristrutturare lo schema di pensiero attraverso l’esperienza emotiva correttiva
e, per tale scopo, utilizza tecniche di intervento paradossali come la “prescrizione del sintomo”,
ovvero invitare a concentrare volontariamente i pensieri che tormentano in un momento preciso
della giornata.
Se sapientemente guidato, la persona sperimenta l’abbandono volontario del controllo su aree
della sua vita. Dimostrandosi a sé stessa che le cose non vanno male (anzi, spesso migliorano) in
assenza del suo controllo, la mente riacquista flessibilità e si libera dalle catene ossessive.

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