articolo di Simone Brogi
La sicurezza è prima di tutto un’esperienza corporea. Stephen Porges (2011), con la sua teoria polivagale, ha mostrato come il nostro sistema nervoso autonomo, quella parte che regola le funzioni vitali al di fuori del nostro controllo cosciente, sia profondamente organizzato attorno alla percezione di sicurezza o minaccia. La teoria polivagale sottolinea l’esistenza di tre sottosistemi neurofisiologici, che si attivano in modo gerarchico in risposta alla percezione di sicurezza o minaccia, a cui sono collegate le tre maggiori strategie comportamentali adattive:
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immobilizzazione,
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mobilizzazione,
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coinvolgimento sociale.
La risposta di immobilizzazione, è una strategia di sopravvivenza “arcaica”, condivisa con i rettili, che abbassa il metabolismo e può manifestarsi come: svenimento, restrizione del campo di coscienza, stati dissociativi franchi, depersonalizzazione, derealizzazione (Farina & Liotti, 2011;
Schore, 2009).
La mobilizzazione corrisponde ai comportamenti di attacco o fuga: il corpo per rispondere alla percezione del pericolo si prepara all’azione aumentando il battito cardiaco, la tensione muscolare e la vigilanza.
La risposta più evoluta è quella del coinvolgimento sociale. Qui il sistema nervoso promuove calma, apertura, capacità di connettersi agli altri attraverso sguardo, voce e mimica facciale. E proprio tramite l’altro si realizza la co-regolazione, ossia la capacità di regolare i propri stati fisiologici attraverso la relazione con un altro essere umano.
Il passaggio tra questi stati è regolato da un meccanismo inconscio, la neurocezione (Porges, 2003), che rileva automaticamente segnali di sicurezza o minaccia senza passare dal pensiero cosciente.
Quando questo meccanismo è ben regolato, la persona può rispondere con flessibilità. Percependo sicurezza, si attiva il sistema di coinvolgimento sociale, che rende possibili interazioni reciproche, fiducia e cooperazione; al contrario, in presenza di un rischio reale entrano in gioco le risposte difensive evolutivamente più antiche – mobilizzazione e immobilizzazione – capaci di proteggere l’organismo. In questo assetto adattivo è presente un bilanciamento dinamico tra apertura e difesa.
Ne deriva la possibilità di regolare le emozioni, mantenere un buon grado di vigilanza senza eccessiva ansia e costruire relazioni stabili e soddisfacenti.
Un’infanzia segnata da esperienze traumatiche o da carenza di sintonizzazione con le figure di accudimento può portare alla perdita del fondamentale equilibrio tra i tre sistemi autonomici a favore di una costante attivazione difensiva. Le esperienze traumatiche precoci, impresse su un sistema mente-corpo vulnerabile in quanto in via di sviluppo, pongono le basi per un’incapacità di
usufruire al meglio della regolazione offerta dall’altro e per una percezione errata della reale pericolosità dell’ambiente. Il sistema corpo-mente tende a focalizzarsi maggiormente sugli indizi di minaccia e pericolo piuttosto che su quelli di sicurezza, con una conseguente maggiore percezione di essere in pericolo ed una errata interpretazione degli stimoli provenienti dagli altri (Mitchell & Steele, 2020).
In terapia, la costruzione di una relazione sicura diventa il fulcro del processo. Non si tratta di cancellare il pericolo, ma di costruire uno spazio in cui la persona possa esplorare gradualmente gli stati attivati senza sentirsi sopraffatta. La sicurezza, in questo senso, è un’esperienza corporea e relazionale che orienta il sistema nervoso verso il circuito del coinvolgimento sociale. La teoria polivagale mostra infatti come la neurocezione, cioè il rilevamento automatico di segnali di sicurezza o minaccia, influenzi profondamente il nostro modo di relazionarci. Portando consapevolezza in questo meccanismo inconscio, attraverso l’ascolto delle proprie sensazioni
corporee, la persona impara a riconoscere ciò che attiva le risposte difensive e ad ampliare la capacità di restare presente. La teoria polivagale mette quindi in evidenza quanto sia importante ritrovare nel corpo la possibilità di sentirsi al sicuro e di come la sicurezza sia la base della cura, del cambiamento e della possibilità di vivere relazioni autentiche meno governate dall’allarme.
BIBLIOGRAFIA
Farina, B., & Liotti, G. (2011). Dimensione dissociativa e trauma dello sviluppo. Cognitivismo Clinico, 8, 3-
18.
Mitchell, S., & Steele, K. (2020). Mentalising in complex trauma and dissociative disorders. European
Journal of Trauma & Dissociation. 100168.
Porges, S. W. (2003). Social engagement and attachment: A phylogenetic perspective: Roots of mental
illness in children. Annals of the New York Academy of Sciences, 1008, 31–47.
Porges, S. W. (2011). La teoria polivagale: Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento,
della comunicazione e dell’autoregolazione. New York: Norton. Tr.It. Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2014.
Schore, A. N. (2009). Attachment trauma and the developing right brain: Origins of pathological
dissociation. In P. F. Dell & J. A. O'Neil (Eds.), Dissociation and the dissociative disorders: DSM-V and
beyond (p. 337–365). New York: Routledge.







