articolo di Emiliano Noschese
Quando qualcosa cambia nel modo in cui vivi la realtà
“È come se fossi qui… ma non davvero.”
Chi prova a descrivere questa esperienza fatica a trovare le parole giuste e spesso ricorre a
immagini simili tra loro: una sensazione di distanza, di ovattamento, come se tra sé e il mondo si
fosse inserito un filtro. Le persone, i luoghi, le situazioni restano riconoscibili e comprensibili, ma
cambia qualcosa di più sottile, più difficile da definire, che riguarda il modo in cui si è dentro a ciò
che si sta vivendo. Non è tanto la realtà a modificarsi, quanto il senso di presenza all’interno della
realtà stessa.
In ambito clinico queste esperienze vengono definite derealizzazione e depersonalizzazione e
rientrano nei fenomeni dissociativi. Si tratta di stati in cui il rapporto immediato con l’esperienza
viene parzialmente alterato, senza che venga meno l’orientamento o la capacità di distinguere ciò
che è reale da ciò che non lo è. Questo aspetto è fondamentale, perché uno degli elementi che più
spaventa chi le vive è proprio il timore di stare perdendo il contatto con la realtà o di andare
incontro a una forma di disorganizzazione mentale, quando in realtà la capacità di giudizio rimane
intatta. Un elemento spesso trascurato è che queste esperienze, almeno in forma transitoria, sono
relativamente comuni. Molte persone riferiscono di aver vissuto, in momenti di particolare
stanchezza o stress, brevi episodi in cui il mondo appare distante o meno vivido. Diventano un
problema quando si ripetono con frequenza, quando si intensificano, oppure quando vengono
interpretate come segnali di qualcosa di grave, generando un livello di allarme che finisce per
amplificarle.
Se si prova a osservare come questa esperienza si manifesta nella quotidianità, emerge con
chiarezza quanto sia legata più alla qualità dell’esperienza che al suo contenuto. Un esempio
abbastanza comune è quello di un ragazzo che si trova all’università, seduto con alcuni colleghi,
mentre parla di un esame. La conversazione procede normalmente, le informazioni vengono
comprese, ma a un certo punto qualcosa cambia. Le voci iniziano a sembrare più lontane, il
coinvolgimento si riduce, e ciò che fino a poco prima era vissuto dall’interno comincia a essere
percepito come osservato da una certa distanza. La persona si accorge di essere lì, non perde il
filo della situazione, ma fatica a sentirsi pienamente dentro a ciò che sta accadendo. Spesso
segue un tentativo di rientrare, di concentrarsi di più, di verificare che tutto sia “normale”, ma
questo sforzo tende ad aumentare la sensazione di estraneità, almeno nel breve termine.
Per comprendere questo tipo di fenomeno è utile spostarsi da una lettura puramente cognitiva a
una prospettiva più ampia, che tenga conto del funzionamento dell’organismo nel suo insieme. In
letteratura è ben documentato come la dissociazione rappresenti una modalità con cui l’organismo
affronta condizioni di stress elevato o prolungato, soprattutto quando queste non possono essere
scaricate attraverso l’azione. Quando il livello di attivazione interna – ciò che in ambito
neurofisiologico viene definito arousal – supera una certa soglia, l’organismo è chiamato a trovare
un modo per regolare l’intensità dell’esperienza.

Non sempre questo avviene attraverso modalità evidenti. Accanto alle risposte più conosciute,
come l’attacco o la fuga, esistono modalità più silenziose, meno visibili dall’esterno, che implicano
una riduzione del coinvolgimento diretto.
Alcuni modelli, anche di tipo evoluzionistico, mettono in relazione questi stati con le cosiddette
risposte di freeze, cioè forme di immobilità o di distacco che si attivano quando né l’azione né
l’evitamento risultano possibili o efficaci. In queste condizioni, ridurre il contatto con l’esperienza
può rappresentare una soluzione funzionale, perché permette di abbassare l’impatto soggettivo di
ciò che si sta vivendo.
All’interno di questa cornice, derealizzazione e depersonalizzazione possono essere lette come
modalità attraverso cui l’organismo modula il proprio livello di presenza. Non si tratta quindi di un
fenomeno casuale o privo di senso, ma di una risposta che ha una logica, anche se può risultare
destabilizzante quando emerge al di fuori di contesti estremi o quando si prolunga nel tempo.
Un altro aspetto centrale riguarda il modo in cui queste esperienze vengono interpretate. Nella
maggior parte dei casi, ciò che le rende particolarmente difficili da gestire non è solo la sensazione
in sé, ma il significato che le viene attribuito. Quando la persona non ha strumenti per
comprendere ciò che sta accadendo, è facile che la derealizzazione venga letta come un segnale
di pericolo imminente, attivando pensieri come “sto perdendo il controllo” o “mi sta succedendo
qualcosa di grave”. Questo tipo di lettura aumenta ulteriormente l’attivazione interna e favorisce
l’instaurarsi di un circolo in cui la sensazione e la paura si alimentano reciprocamente.
Si attiva così una forma di monitoraggio continuo del proprio stato interno: ci si osserva, si controlla
la qualità della percezione, si cercano conferme del fatto di essere “tornati normali”. Questo
atteggiamento, comprensibile sul piano soggettivo, mantiene però l’organismo in una condizione di
vigilanza che rende più difficile il ritorno a uno stato di presenza più stabile.
Il lavoro terapeutico, in questi casi, si sviluppa generalmente su due livelli complementari. Da una
parte è necessario intervenire sulla regolazione dell’attivazione, aiutando l’organismo a rientrare in
una condizione più tollerabile attraverso il recupero del contatto con il corpo, il respiro e l’ambiente.
Dall’altra è fondamentale lavorare sul significato attribuito all’esperienza, perché è proprio questo a
determinare in larga parte il modo in cui viene vissuta e mantenuta nel tempo.
Quando la derealizzazione viene progressivamente compresa come una variazione temporanea
dello stato di presenza, e non come un segnale di disorganizzazione o perdita di controllo, cambia
il modo in cui la persona si pone nei suoi confronti. La sensazione può continuare a comparire, ma
perde progressivamente il suo carattere minaccioso, e questo rende possibile attraversarla con
una maggiore stabilità.
In questo senso, più che essere eliminata direttamente, la derealizzazione tende a ridursi come
effetto di un cambiamento più ampio nel modo in cui l’organismo regola l’attivazione e nel modo in
cui la persona interpreta la propria esperienza interna.
Bibliografia
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