Per chiudere gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari

20 gennaio 2014

PSICHIATRIA DEMOCRATICA: NO alla proroga per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Gudiziari.
Si sta ufficializzando una ulteriore proroga, la seconda, dei termini per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG): le Regioni hanno presentato, e il Ministero della Salute accolto e finanziato, progetti di strutture alternative all’opg che non rispettano programmaticamente i termini di scadenza previsti dalle normative vigenti, ipotizzando nuove strutture neo manicomiali, invece di rilanciare la centralità delle strutture pubbliche di Salute Mentali territoriali.
Psichiatria Democratica (PD) nel ribadire la sua contrarietà ad ogni ulteriore proroga, tanto più senza garanzie per il suo rispetto, chiede con forza:
•    Al Ministero della Salute di pretendere dalle Regioni la riformulazione dei loro progetti in termini di necessità e fattibilità nel rispetto dei termini di legge, considerando che, per valutazione condivisa di magistrati e psichiatri, non più del 10% degli attuali (e presumibilmente anche dei futuri) internati necessita di strutture dedicate con vigilanza rafforzata, mentre per tutti gli altri si possono e debbono trovare, sistemazioni nel territorio conseguenti alla loro presa in carico da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale competenti; non sono per nulla necessari  i “nuovi” 1000 p.l. su tutto il territorio nazionale.
•    Che le Regioni individuino, affidandone la responsabilità della gestione (diretta o tramite il privato sociale) ai Dipartimenti di Salute Mentale, quelli che esponenti di lunga esperienza della magistratura di sorveglianza indicano  come “luoghi che tutelino la salute mentale nella sicurezza dei cittadini”,  quella rete, cioè, di strutture sul territorio che svolgano una funzione vicaria all’opg,  già oggi identificabili o facilmente realizzabili che vanno dagli appartamenti protetti alle piccole strutture di accoglienza, non necessariamente destinate unicamente a soggetti autori di reato; a questo fine le Regioni e le ASL utilizzino da subito i finanziamenti di parte corrente per potenziare gli organici dei servizi di salute mentale che gestiranno i progetti individuali di dimissione/alternativa all’opg.
•    Che il problema della chiusura degli opg cessi di essere un problema tecnico (strutture, posti letto, progetti architettonici) e recuperi la sua dimensione culturale, di civiltà e politica generale: solo così si potrà effettuare un coordinamento nazionale del processo di chiusura, passaggio indispensabile questo, che Psichiatria Democratica  propose oltre un anno fa anni, temendo che avvenisse quello che oggi, amaramente registriamo. Ci riferiamo al fatto che si sta configurando solo come una mera presa d’atto delle scelte regionali. Inoltre  ribadiamo l’urgenza di affrontare i temi delle modifiche del codice penale e, in attesa di queste, dare concreta attuazione alle sentenze della suprema Corte (dalla 253/2003 in poi)  sulle possibili alternative all’invio in opg.
•    Psichiatria Democratica, auspica inoltre che l’eventuale proroga si accompagni comunque ad un sanzionamento delle Regioni inadempienti non solo attraverso la nomina di Commissari ad acta (per es. con decurtazione di una quota percentuale nel trasferimento del fondo sanitario nazionale)  ma che venga chiaramente indicato anche un termine oltre il quale non sia più possibile l’invio di pazienti negli attuali opg. e così impedire, definitivamente, questa sorta di tela di Penelope che da una parte svuota le strutture attraverso le dimissioni e dall’altra ne impedisce la chiusura mediante nuovi invii.
•    Auspichiamo che in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario che si terrà il 24 gennaio, il Primo Presidente della Corte di Cassazione voglia rivolgere  un “pressante invito” (come è stato fatto per il ricorso alla carcerazione preventiva) ai Magistrati affinché, nel rispetto della loro autonomia, considerino l’invio in opg e nelle future strutture sostitutive come residuale una volte esperite tutte le possibilità alternative come previsto dalla nota sentenza della Corte Costituzionale n° 253/2003.
13 gennaio 2014

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Fuori dal Manicomio.. Vite fuori dal Santa Maria della Pietà – Roma

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Dopo quarant’anni trascorsi in internamento, le vite e le storie di tre ex degenti ed un infermiere del manicomio del manicomio S. Maria della Pieta’ di Roma finalmente s’incontrano in un appartamento alla periferia della Capitale. Nicola,Adriano oggi vivono come uomini liberi, in comune non solo la casa ma soprattutto il dolore dell’emarginazine e di un’esistenza trascorsa dietro le sbarre. A piu’ di 30 anni dalla Legge Basaglia che sanci’ la chiusura degli ospedali psichiatrici, il documento realizzato dalla regista Rita Rocca ci fa riflettere sul significato di un’istituzione violenta, spersonalizzante e segregante come quella del manicomio e sull’atrocita’ dell’elettroshock. La poesia delle immagini e la durezza dei racconti dei quattro protagonisti lasciano un segno profondo nell’animo di chi guarda.

Ecuador: le cliniche per guarire l’omosessualità con la violenza

Rinchiusi in centri psichiatrici e sottoposti a violenze e abusi sessuali. È questo il triste scenario denunciato dalle organizzazioni di difesa dei diritti gay in Ecuador che ogni settimana ricevono una media di due segnalazioni di persone ricoverate con la forza, spesso per volontà dei loro familiari, in cliniche che offrono trattamenti per la ‘cura’ dell’omosessualità. Mentre in Uganda il deputato David Bahati, che qualche anno fa aveva messo in cantiere una proposta di legge che avrebbe dovuto punire i “colpevoli” di omosessualità con la pena di morte, ha annunciato di aver ritirato il progetto, in Ecuador la realtà gay è ancora punita con violenza.

Questa agghiacciante pratica costituisce un’attività illegale nel Paese sudamericano e gli attivisti hanno chiesto la chiusura delle numerose strutture (ce ne sarebbero almeno 226 in tutto il territorio). Alcune si trovano nei grandi centri, ma la maggior parte ha la propria sede in campagna, lontana dallo sguardo della società. Il 25% ha nomi religiosi, e il costo per un mese di ricovero può oscillare tra i 200 ed i 1200 dollari. I collettivi Taller de Comunicacion Mujer e Artikulacion Esporadika, tra i più attivi nella battaglia per la chiusura di questi centri, hanno segnalato un centinaio di casi solo negli ultimi sette mesi e hanno rafforzato le loro denunce con le testimonianze delle vittime. In queste cliniche, che dietro ad insegne spirituali e statuti religiosi promettono di “curare” dall’omosessualità con una moderna profilassi di bastonate e docce fredde, si prescrivono al paziente insulti e stupri collettivi, nonchè si garantisce alla famiglia che paga le torture al figlio, una felice vita etero e magari presto anche un bel matrimonio.

«Mi hanno portato via di casa che avevo 24 anni. Sono arrivati di notte, mi hanno ammanettata, picchiata e imprigionata», dice Paola Concha, una ragazza oggi 29enne, passata per l’inferno dei lavaggi del cervello sommari di uno di questi posti, in cui è entrata da lesbica per volontà paterna e ne è uscita ancora lesbica per volontà propria, dopo essere stata trattata per un anno e mezzo con la medicina dell’insulto, ammanettata ad un cesso di cui si servivano gli altri 60 pazienti e dentro al quale le facevano tenere la faccia per il resto del tempo; stuprata dai guardiani che si prendevano gioco di lei e infine riportata ogni volta all’incubo della realtà con delle docce gelate. Nel 2011 il Ministero ha già chiuso circa 30 cliniche clandestine, sostiene uno dei portavoce della Vance e aggiunge che la Costituzione proibisce questo genere di pratiche, per questo si sta investigando su tutti gli altri casi sospetti, con l’accusa di violazione dei diritti umani. Lo Stato sta facendo, ma quel che fa non basta, perchè mentre il ministero indaga, dopo aver fatto orecchie da mercante per 10 anni sulle denunce analoghe a quelle di Paola Concha, ci sono ancora almeno altri mille e duecento pazienti che, secondo Cayetana Salao della Ong Artikulacion Esporadika, vedono le loro famiglie pagare tra i 200 e i 1.200 dollari al mese per farli esorcizzare dai loro gusti sessuali. Già, perchè tragicamente sono spesso i genitori che, inquietati dalla diversità del figlio, prendono accordi segreti con le comunità di recupero, sperando che questa glielo trasformi in un modello convenzionale. Poi, è pur vero che mamma e papà non sanno quasi mai di star consegnando il congiunto alla versione equatoriale dell’inquisizione medievale. Uno dei luoghi in questo accade è Puente a la Vida, una clinica «tra virgolette», come ripete sempre Paola Concha dopo averci passato 18 mesi, che è stata chiusa di recente dalle autorità. Il direttore Luis Zavala ha sostenuto in precedenti dichiarazioni che tra le pareti della sua struttura non si tortura nessuno, semplicemente «si modificano tutti i comportamenti inadeguati di un paziente che sta assumendo un atteggiamento inadeguato». Privazione del sonno, digiuno per giorni, sospensione nella somministrazione d’acqua, umiliazioni pubbliche e botte. Pratiche che, anche se fossero completamente evitate e ci si limitasse ad un’opera di convincimento non invasiva, infrangerebbero comunque il codice etico delle associazioni psichiatriche internazionali, tra cui anche quella italiana, e della scienza in generale, che diffida chiunque ostenti una laurea in medicina dal «prestare qualsiasi genere di terapia riparativa dell’orientamento sessuale». Torture che sono state denunciate da donne coraggiose, ma che ricadono anche sugli uomini, siano essi gay o etero, sui tossicodipendenti, sui malati pscichiatrici e su tutti quelli che un tipo come Zavala ritiene inadeguati, ma che, nonostante tutto e per fortuna, non è mai stato in grado di adeguare.

Se il medico di famiglia si “associa”

Dimezzato il ricorso al Pronto soccorso e alla Guardia medica. E le visite dal privato crollano del 75%.

I dati di un’indagine della Fondazione Istud che ha misurato l’impatto sui cittadini della riorganizzazione territoriale attraverso l’associazionismo dei medici di famiglia. Anche i medici coinvolti sono soddisfatti di lavorare in equipe: “Si risparmia, c’è più organizzazione e più supporto logistico”. Record di associazionismo in Emilia Romagna. In coda la Campania.  

Per leggere l’articolo di Quotidiano Sanità, clicca qui

Rapporto Oasi 2013

La nostra spesa procapite è ferma a 2.419 dollari l’anno. Rispettivamente, 899, 714 e 328 in meno di Germania, Francia e UK.  Se proseguiranno la contrazione degli investimenti e la riduzione della spesa dei cittadini, in alcune regioni c’è il rischio di non riuscire più a far fronte alle necessità della popolazione. Ecco la fotografia della nostra sanità ai tempi della crisi del Cergas Bocconi.

Per leggere lo studio, clicca sull’immagine:

 

Notizia tratta da QS – Quotidiano Sanità

Marco Cavallo e gli OPG

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Marco Cavallo torna a parlare e dice la sua in difesa degli internati degli OPG. Ascolta il monologo interpretato dall’attore Fabrizio Gifuni in occasione del Forum Nazionale Salute Mentale, scritto da Peppe Dell’Acqua, Angela Pianca e Luciano Comida. A seguire la nostra intervista in esclusiva all’attore. Buon ascolto!

Tutti zitti! Parla Marco Cavallo by Radio Fuori Onda on Mixcloud

Perché i nuovi mini-OPG sono sbagliati?

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Il viaggio di Marco Cavallo, simbolo della chiusura dei manicomi, è un modo per sensibilizzare la politica e la cittadinanza di fronte allo scempio di queste strutture. Tuttavia, la problematica rivelata dalla commissione d’inchiesta parlamentare sugli OPG, ossia sulle condizioni di tremendo degrado igienico ed assistenziale, non si risolve con la semplice costruzione di nuovi mini OPG.

Infatti, a nostro avviso gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari sono sbagliati da un punto di vista concettuale e rappresentano una risposta operativa sbagliata dello Stato nei confronti dei cittadini con disagio mentale che commettono reato. Per tale motivo la costruzione di nuovi miniOPG perpetua e in un certo senso fortifica un approccio sbagliato e pericoloso per i cittadini e la società, un approccio che amplifica l’insicurezza sociale invece di gestirla e aumenta il disagio individuale.

Se una persona commette reato, deve pagare per il reato commesso: se soffre di un disagio mentale, deve essere curata per il disagio mentale.

I due piani non devono essere sovrapposti e la psichiatria, come pratica medica, deve pensare alla cura e non alla custodia della persona. La psichiatria non è in grado da sè di gestire la custodia: la custodia deve rimanere competenza del personale penitenziario.

Altrimenti si assiste a eventi e fenomeni devastanti.

Come gli ergastoli bianchi: persone che rimangono sotto custodia per un tempo determinato non dalla pena legata al loro reato, ma perché ritenute ‘pazze e pericolose’, senza che di fatto siano curate in modo adeguato, ma semplicemente contenute, legate e imbottite di farmaci. Non viene concesso a loro un vero percorso di cura, che riconnetta la persona agli atti da essa compiuti, mantenendo i loro diritti e doveri. Accade così che per un furto di 7mila lire si rimanga chiusi dentro queste strutture per più di 18 anni!

Come ‘l’incapacità di intendere e volere’: persone che per essere state giudicate ‘matte’ escono dal carcere un mese dopo aver commesso reati gravissimi. Ovvero la psichiatria si assume un compito improprio: valutando la persona attraverso delle perizie, toglie il reato alla persona e l’attribuisce esclusivamente alla malattia. La diagnosi psichiatrica diviene, così, uno strumento in grado di togliere la pena e non uno strumento operativo utile a indicare i possibili percorsi di cura.

Bisogna ricordare che la legge punisce il reato e non la persona.
Nel momento in cui i due piani si intrecciano (quello giudiziario e quello psichiatrico), la psichiatria perde il suo obiettivo principale, la cura, e diviene uno strumento di controllo e custodia non curando il disagio della persona, ma gestendolo (spesso in malo modo e con metodi vicini alla tortura) con personale insufficente e non debitamente formato, e di conseguenza, amplificando e cronicizzando il disagio e contribuendo di fatto alla sua attuale pericolosità e follia.

La psichiatria deve curare il disagio (obiettivo sanitario) per consentire alla persona di pagare per il reato commesso (obiettivo giuridico). Espiata la pena, la cura si pone l’obiettivo di reintegrare socialmente tali persone.

Le persone con disagio mentale devono avere uguali diritti e doveri di fronte alla legge: non deve essere negata loro la responsabilità dei gesti che compiono.

Serve quindi una nuova integrazione, una nuova sintesi operativa tra apparato penitenziario e apparato psichiatrico: Servizi Psichiatri all’interno delle carceri, periodi al di fuori delle carceri per gestire le crisi troppo forti, riabilitazione e reinserimento della persona nel momento in cui la pena viene scontata.

Edgardo Reali

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Matti da slegare – Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli (1975)

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“Girato in 16 mm nel manicomio di Colorno e finanziato dalla provincia di Parma, è la riduzione di “Nessuno o tutti”, film documento in due parti (“Tre storie”, “Matti da slegare”) di 100m ciascuna, distribuito nel circuito alternativo di ospedali psichiatrici, scuole, cineclub, circoli politici e culturali. Non ha pretese scientifiche. Non è in senso stretto nemmeno un’inchiesta, ma piuttosto una testimonianza e una denuncia. La tesi è racchiusa nel titolo: i malati mentali sono persone “legate” in molti modi e per diverse cause. Se si vuole curarli (non guarirli, ma almeno impedire che vengano guastati dai metodi tradizionali) occorre slegarli, liberarli, reinserirli nella comunità. Il film dice che: a) spesso la malattia mentale ha origini sociali, di classe; b) l’irrazionalità degli asociali è una risposta all’irrazionalità della società; c) l’assistenza psichiatrica non è soltanto uno strumento di segregazione e di repressione, ma anche di sottogoverno e di potere economico; d) lo psichiatra è formalmente un uomo di scienza, ma in sostanza un tutore dell’ordine come il poliziotto e il carceriere. Il film conta e vale come atto di amore e di rispetto per l’uomo che, anche quando è “diverso” e malato in modo sconvolgente (catatonici, mongoloidi, paranoici, schizofrenici), è sempre preso sul serio. La finale festa danzante è un grande momento di cinema. Vale anche per la capacità di rivelazione degli esseri umani, capaci per ragioni soltanto in parte spiegabili di diventare personaggi.” cit. il Morandini – Dizionario dei film.

Legge 180: la rivoluzione possibile

E’ il maggio del 1978 quando il Parlamento italiano approva la legge 180, meglio nota come legge Basaglia, da Franco Basaglia, l’uomo che ha chiuso i manicomi nel nostro Paese. Li ha chiusi restituendo dignità umana a chi fino ad allora, se aveva una virgola psichica fuori posto, rischiava la reclusione manicomiale. I manicomi erano una sorta di sudice carceri per pazzerelli, trattati come una sottospecie dell’individuo e affrontati con metodi esclusivamente clinici e farmacologici, mai che si considerasse la parola “anima”. Basaglia alla parola anima ha dedicato la sua vita e alimentando uno scontro culturale prima e politico dopo, quell’anima l’ha liberata dalle gabbie degli ospedali psichiatrici. Peccato che abbia potuto godersi la soddisfazione per poco: a due anni dall’approvazione della sua legge, se n’è andato. Ma resta l’impronta delle sue azioni: oggi se uno ha una virgola fuori posto, se il suo stadio supera la disperazione sbucando nell’irrazionale, se per troppo sentire scoppia, viene curato, e viene accolto. C’è la medicina, sì, ma c’è l’ascolto, ossia la considerazione che un “matto” non sia un diavolo come capitava nel medioevo, da chiudere in segreta o peggio da dare alle fiamme, ma uno che probabilmente sa solo urlare o sa solo tacere perché nessuno lo ha ascoltato. Tutti gli svirgolati, dal 1978 in poi, alla fine stanno meglio, prova ne sono, per esempio, le molte puntate del Maurizio Costanzo Show con protagonisti degli ex svitati rimessi in sesto, i loro racconti alla tv, la felicità di quando amano affermare che vivono in case-famiglia. La casa-famiglia è un istituto esemplare di convivenza e solidarietà sociale, enorme passo in avanti rispetto ai terribili lager che sono stati i manicomi (basti vedere, per rendersene conto, i documenti storico-fotografici ritrarre donne nude e magrissime legate con le catene, sporche di ogni unto, con gli occhi spalancati). Tutti questi miglioramenti di condizione sono l’eredità di Franco Basaglia, di questo psichiatra nato a Venezia, che negli anni centrali della contestazione, scriveva testi come ‘Che cos’è la psichiatria?’, oppure: ‘L’istituzione negata’. Rapporto da un ospedale psichiatrico, in cui racconta al grande pubblico l’esperienza dell’ospedale psichiatrico di Gorizia. Quest’ultimo è stato un successo editoriale, in un certo senso sorprendente, visto il contesto storico in cui imperavano uteri autogestiti e fantasie al potere. La sorte, con un’ironia chissà quanto involontaria, lo colpisce proprio nella parte che lui ha cercato di curare: la mente. Un tumore al cervello in pochi mesi lo spegnerà nella sua città natale. Ma a distanza di più di trent’anni, nonostante cicliche polemiche, la legge Basaglia è ancora l’impianto di fondo dell’assistenza psichiatrica in Italia. La gratitudine, in un caso come questo, va sempre rinnovata.

Nuove iniziative politiche contro la ludopatia

Tutto parte dalla Toscana e da Milano, luoghi in cui i governanti hanno deciso di frenare la corsa al gioco d’ azzardo.

La regione Toscana si è mostrata la più accesa per la prevenzione alla ludopatia (malattia del gioco) in una nazione che conta tre milioni di giocatori a rischio e 800 mila giocatori già ludopati. Una nuova legge regionale, infatti, prevede contributi per chi decide di rimuovere le slot machines dai propri locali e vieta l’ apertura di sale da gioco a meno di 500 metri da scuole, chiese e centri di aggregazione sociale e giovanile.
Inoltre le ASL si adegueranno per l’ introduzione di corsi di formazione per il personale delle sale e degli esercenti volti alla prevenzione della mallatia da gioco. In Toscana quindi si rileva una forte sensibilità al fenomeno della ludopatia.

A Milano, invece, si sono riuniti 80 primi cittadini, da tutta Italia, per una raccolta di 50 mila firme volta a promulgare 22 articoli di legge che daranno possibilità ai sindaci di decidere direttamente sull’ apertura di sale da gioco.

Il gioco d’ azzardo, in Italia, si dimostra comunque molto allettante per gli investitori, soprattutto per l’ area on line delle scommesse. È infatti di circa 749 milioni di euro il budget speso dagli scommettitori che preferiscono chiudersi in casa dinnanzi a un monitor. Il fatturato delle scommesse on line è circa il triplo rispetto ai proventi derivanti dalla visione delle partite allo stadio, il doppio rispetto al fatturato dei teatri e di 100 milioni in più rispetto all’ incasso dei botteghini al cinema. Resta da aggiungere il dato allarmante che conta circa 32 milioni di giocatori in Italia che rappresentano più del 50 per cento dei cittadini italiani, ciò comporta una spesa di circa 7 miliardi di euro volta alla prevenzione della ludopatia.

Andrea Terracciano

Chi era Franco Basaglia?

Un tributo allo psichiatra che ha cambiato il modo di intendere la cura in psichiatria. Vi presentiamo una puntata dello storico programma Rai “I protagonisti della scienza” che racconta la storia del più grande psichiatria italiano, il medico che ha migliorato la dignità delle persone che soffrono di disagio mentale e la professionalità ed il mestiere di chi si occupa della cura di queste persone.

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